Meno Cina per la scarpa sportiva, di più per il lusso (Balenciaga docet): l’outsourcing continua a cambiare volto

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Cina sì o Cina no? Adidas e Nike si stanno progressivamente allontanando dalla Grande Muraglia. Il ceo della multinazionale sportiva tedesca Kasper Rørsted ha dichiarato che il 44% delle scarpe del marchio sono state prodotte in Vietnam l’anno scorso, rispetto al 31% di cinque anni fa. Nike, invece, produceva in Cina il 32% delle sue paia e nel 2017 la quota si è ridotta al 19%. Come mai? Semplice: è, banalmente, una questione di costi. Secondo dati pubblicati sul sito dell’associazione Italia-Asean, un operaio calzaturiero di Pechino percepisce 7 dollari l’ora (rispetto ai 42 negli USA) mentre in Vietnam il costo è di 2 dollari l’ora. La manodopera cinese viene però considerata qualitativamente migliore delle altre, attirando produzioni griffate e con prodotti a maggiore marginalità. È il caso di Balenciaga che per le Triple S ha scelto la Cina (abbandonando l’Italia) per “il savoir faire e le capacità di produrre scarpe più leggere”. Il South China Morning Post ha scritto che le sneaker della griffe francese sono ora realizzate a Putian, un luogo “noto per la produzione di sneaker false” ciò vuol dire che i falsi made in Cina sono di ottima fattura. Già nel 2011, Miuccia Prada dichiarò al Wall Street Journal che: “Presto o tardi, accadrà a tutti perché la produzione cinese è molto buona”. Risultato: le fabbriche di Pechino lavorano più frequentemente con marchi di lusso, ma le opportunità produttive più “aggressive” in termini di costi di produzione arrivano da Vietnam, Indonesia e Tailandia. (mv)

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