Leggere il reportage dal Mercado Republica di León, nello Stato del Guanajuato (epicentro della filiera della pelle messicana), è al contempo interessante e stimolante. Perché, da un lato, fa piacere sapere che al mondo ci sono luoghi dove ancora si pratica una certa “circolarità spontanea”, ovvero dove l’industria è ancora strutturata in un sistema “a cascata” dove ci sono soggetti più piccoli che sfruttano quello che i più grandi rischierebbero di sprecare. Ma, dall’altro, spinge anche a riflettere una sorta di innocenza che le filiere di altre latitudini hanno perso, schiacciate dalla concorrenza dei big o dalle produzioni massive.
La circolarità spontanea a León
Insomma, “nella capitale messicana della pelle e della calzatura non si spreca nulla”, gongola il redattore di una testata locale. Il senso del reportage è che gli operatori di Mercado Republica, dove non si commerciano solo cuoio o articoli in cuoio ma per questi ha una sezione dedicata, riescono a riutilizzare “il 90% dei ritagli di pelle”. Perché ogni volta che si taglia una pelle, “ne avanza uno scarto del 10%”, che però tra i banchi del mercato vendono a chi realizza portamonete o piccoli accessori. Similmente, quando le pelli presentano difetti o irregolarità, i commercianti si impegnano a salvarne le parti utilizzabili. “Sebbene una piccola parte dei frammenti più piccoli o danneggiati finisca nella spazzatura, l’impegno collettivo di laboratori e commercianti – conclude l’articolo – garantisce l’impiego della maggior parte della pelle, promuovendo l’economia circolare”.
Quello che ci siamo persi
Di iniziative di recupero dei cosiddetti “dead stock” (i materiali che giacciono in magazzino ormai dimenticati) se ne contano diverse, alcune di grande successo. Di progetti di griffe per convertire gli scarti di produzione in piccole collezioni, pure. Ma, leggendo il reportage, ci sovvengono le parole di un pellettiere indipendente. Qualche tempo fa, visitando il suo atelier, gli abbiamo chiesto perché non usi i ritagli per realizzare tag o portachiavi, come ora va di moda, anziché disfarsene. La sua risposta fu laconica: “Non ho il prestigio di un grande brand, capace di fare margini anche su questi articoli”. E, già, perché il mercato si è polarizzato tra un alto di gamma dove la competizione è spietata e un medio dove hanno vita facile le produzioni cheap e massive, magari d’importazione. In questo contesto la circolarità deve essere ingegnerizzata, spazio per la spontaneità non ne è rimasto.
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