Nel lusso contemporaneo la reputazione è un territorio delicato quanto la creatività. Le maison si muovono in un sistema in cui la qualità del prodotto non basta più. Serve sempre di più una postura etica riconoscibile, capace di attraversare filiere globali, culture diverse, pressioni sociali e rischi che si amplificano in tempo reale. È in questo scenario che LVMH presenta la carta per l’etica delle filiere, un documento che definisce un perimetro operativo preciso e un metodo di vigilanza che coinvolge ogni marchio del gruppo, dai laboratori di profumeria a quelli di pelletteria, dalle boutique ai fornitori più lontani.
LVMH presenta la carta per l’etica delle filiere
Nel testo visionato da WWD si ribadisce che “il rispetto per i diritti umani è sia un imperativo etico che una condizione per operazioni relative alla sostenibilità del gruppo.” La responsabilità di guidare il percorso è stata affidata a Julie Vallat, ex vice presidente per i diritti umani per L’Oréal ed ex capo dei diritti umani da Total. Attorno a lei verrà creato un consiglio indipendente composto da esperti pubblici e privati, chiamati a individuare segnali deboli e a suggerire interventi prima che le criticità diventino un caso. La carta per l’etica tocca tutti i nodi che oggi definiscono la credibilità di un brand globale: condizioni di lavoro, discriminazioni, tutela delle persone, protezione dei dati in un momento segnato da attacchi informatici, gestione delle aree sensibili e approvvigionamenti da territori fragili. Ogni punto corrisponde a un impegno che coinvolge maison, partner e subfornitori, con obblighi di tracciabilità, monitoraggio e misure correttive.
Il perimetro
Il documento arriva mentre l’industria del lusso affronta (o esce) da indagini, sequestri e controlli serrati sul lavoro irregolare. In Italia, le procure hanno acceso i riflettori su filiere opache e subappalti incontrollati spingendo alcuni marchi a reagire. Loro Piana ha rafforzato gli audit e interrotto rapporti con fornitori non conformi. Valentino e Giorgio Armani hanno adottato misure analoghe. Dior ha invece scelto di riportare una quota maggiore della produzione all’interno, creando un dipartimento industriale dedicato a consolidare capacità e know‑how. LVMH ha, tra l’altro, inserito nel proprio sistema una piattaforma di segnalazione interna con indagini indipendenti e tempi definiti, mentre un comitato di vigilanza, che include anche Antoine Arnault, supervisionerà l’applicazione della carta. La responsabilità sociale entrerà pure nei criteri di valutazione dei dirigenti, trasformando così l’etica in un parametro misurabile della performance.
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