Non finiscono le proteste in Argentina, la filiera ribolle. Dopo la prima manifestazione delle PMI il 20 agosto a Buenos Aires, il 2 settembre gli imprenditori della scarpa e della supply chain calzaturiera si sono organizzati per un corteo nel municipio di San Justo, nella stessa provincia della capitale. Lo scenario è critico: alla domanda debole internazionale si sommano le questioni di politica nazionale. Secondo il sindacato di riferimento dei lavoratori della filiera tessile-cuoio, dal 2023 (cioè da quando è in carica il presidente Javier Milei) il settore ha perso oltre 26.000 posti.
La filiera argentina ribolle
Il filo conduttore delle proteste è lo stesso: le politiche liberiste di Milei hanno esposto la filiera nazionale quando era più debole, cioè in un contesto di crisi. Leggendo il report di Cuero America sulla protesta del 2 settembre, si apprende che i calzaturieri lamentino che nei primi cinque mesi del 2026 la produzione industriale è caduta del 24%, mentre in continuità col 2025 sono crescenti i trend di importazioni dall’Asia. La contrazione della produzione e dei fatturati, lamentano le fonti sindacali, mette a repentaglio la tenuta finanziaria delle imprese: la perdita di posti lavoro è anticamera di fallimenti. E non si tratterebbe di eterogenesi dei fini, accusano i sindacati: “Il modello economico del governo Milei è inteso per deindustrializzare il Paese”.
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