Essere main sponsor del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, per Zegna, potrebbe sembrare un’operazione solo “d’immagine”. E invece no: come sottolinea lo stesso Gildo Zegna a Mf fashion, è la prosecuzione di un modello. Usare l’arte come infrastruttura culturale e non solo come decorazione. Con ZegnArt, il gruppo ha infatti dato forma a qualcosa che praticava da generazioni: commissioni site-specific, dialogo con curatori e artisti, materiali che vengono dal proprio paesaggio industriale. Industria, natura e cultura insieme come un tutt’uno. Un territorio condiviso che cambia significato. Elementi sempre più presenti nel connubio tra moda e arte. Come nel caso di quattro artisti che, da Roma a Milano, passando per la Cina e Città del Messico, utilizzano la pelle per ridefinire i confini. Vi raccontiamo i loro lavori sul mensile di maggio La Conceria.
Un territorio condiviso che cambia significato
La prima domanda potrebbe essere: “la moda deve occuparsi di cultura?” Ma sarebbe più saggio capire “come” e non “se”. Una parte crescente del settore sta infatti investendo in arte, formazione, heritage, spesso senza riuscire ancora a raccontarlo. Ecco perché la scelta di Zegna di essere main sponsor del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia racconta di un impegno radicato che non ha a che fare solo con il ritorno d’immagine. “Terre, ceneri e minerali provenienti dal nostro paesaggio sono stati utilizzati dall’artista Chiara Camoni nella realizzazione delle sculture, insieme a elementi tessili creati con filati del nostro lanificio” sottolinea Gildo Zegna. Che rivendica come l’arte non sia mai stato qualcosa aggiunto solo a posteriori, ma parte della storia fin dal modello immaginato dal nonno. Un modello fatto di industria, natura e cultura. Che oggi prende il nome di ZegnArt, “il framework attraverso cui l’azienda esprime in modo organico il proprio rapporto con l’arte e la cultura. Non una collezione né un programma parallelo, ma una struttura di lungo periodo che riflette una visione”. È chiaro quindi che quello tra moda e arte è ormai un matrimonio strettissimo.
Non è solo marketing
Più di un’azienda italiana della moda su due investe nelle attività artistiche o di trasmissione dell’heritage (cioè, nella cultura). E non lo fa alla ricerca di un’opportunità di pubblicità o, magari, in nome dell’idea tradizionale di mecenatismo (quella del facoltoso che reinveste il patrimonio quasi per vezzo). Lo fa per la consapevolezza di agire in un settore che con l’arte ha un rapporto di reciprocità e per il quale attività come il sostegno al talento e alla formazione sono quintessenziali. È quanto emerso dallo studio di Deloitte, presentato a Milano nell’ambito del convegno “Mecenati di Moda” (15 aprile), sul campione delle 50 aziende più rappresentative per fatturato e scala. Il 66% delle aziende è impegnato in attività artistiche e culturali. Mentre il 68% investe in iniziative legate a heritage e artigianato: il 54% nell’una e nell’altra categoria e, spesso, non con iniziative spot ma con programmi continuativi. Molto si fa, molto ancora si può fare. Nella reportistica, ad esempio: il 71,4% del campione stila Bilanci di Sostenibilità, ma solo il 20% circa vi tiene conto degli investimenti culturali nella cornice ESG.
Il rapporto con la pelle
Negli ultimi mesi, abbiamo incontrato artisti lontanissimi per geografia e formazione che, quasi inevitabilmente, si sono ritrovati su un materiale che non è neutro (e non lo sarà mai): la pelle. Nelle opere del cinese WU Jian’an la pelle viene per esempio incisa fino a diventare una sorta di architettura cosmologica. Superfici traforate che lasciano passare luce e spazio, ottenute con migliaia di tagli manuali. Martina Zanin usa invece il cuoio come soglia emotiva. Guanti da falconiere, falchi, tane verticali in pelle costruiscono una mappa del potere e della cura. Cecilia Bounous spinge il discorso sul limite: una grande pelle bovina trafitta da centinaia di lamette disegna un campo di battaglia tra disciplina e desiderio, tra corpo e mente. La messicana Gabriela Gutiérrez Ovalle sceglie la pelle come archivio politico: cicatrici, segni e imperfezioni che diventano tracce di storie collettive. Ma non sono gli unici: l’artista vietnamita Trinh Thang ha inaugurato il 10 maggio la mostra “Promise for the Next Season”. 70 dipinti realizzati su pelle bovina con cui Thang racconta la moltitudine degli stati di coscienza, in un viaggio per accedere alla libertà interiore. (rp/dc)
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Foto dal profilo Instagram del Padiglione Italia della Biennale di Venezia
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