È stato un tormentone internazionale. E, dopo anni di peregrinazioni sulle due sponde dell’Atlantico, ora che il tanto ambito IPO di Shein sta finalmente per realizzarsi, si presenta non come una dimostrazione di forza. Non come il trampolino per spiccare un nuovo volo, ma come un evento che arriva fuori tempo massimo. E che, anzi, impone al colosso cinese dell’ultra fast fashion di dimostrare di saper crescere ancora. Molto è nelle cifre: mentre all’apice del suo percorso di ascesa si parlava per Shein di una valutazione di 100 miliardi di dollari, ora il titolo si presenta per l’offerta pubblica d’acquisto con la stima di 27 miliardi.
Il tanto ambito IPO di Shein
Riepiloghiamo la storia in poche parole. Ai piani alti di Shein sognavano di quotarsi, quando la piattaforma viaggiava a gonfie vele, a New York. Dopo aver tastato l’ambiente ostile negli States, hanno ripiegato su Londra. Ma, dal momento che anche qui le inchieste sulla filiera produttiva e le pratiche scorrette non favorivano l’operazione, hanno optato per Hong Kong. L’esordio in Borsa è previsto per il primo settembre, ma Shein ci arriva quando l’abrogazione delle esenzioni doganali per le piccole spedizioni ne hanno minato il business model e le vendite negli USA sono in calo del 14,3% nel primo trimestre del 2026. “L’azienda – chiosa the New York Times – ha perso il momento propizio”.
La strategia
Per quanto i fasti del passato siano lontani, presentarsi con la valutazione di 27 miliardi, osserva il Corriere della Sera, potrebbe essere una strategia. Sottostimare il titolo in fase di IPO, in estrema sintesi, potrebbe essere il sacrificio degli azionisti per attirare investitori altrimenti reticenti. Il quadro, però, resta critico. Shein ha perso l’abbrivo iniziale, quando il format di disintermediazione tra produttori e consumatori insieme alla tecnologia di valutazione della domanda ha travolto il mercato. L’azienda ora incontra ostilità istituzionale negli States e in Europa, ma ha anche relazioni difficili in patria.
La sfida
È ancora il NYT a notare che quotarsi a Hong Kong per Shein vuol dire riavvicinarsi alla Cina. Paese dal quale ha a suo modo preso le distanze dal 2021, quando ha spostato la sede legale a Singapore e si è cancellata dall’elenco cinese delle aziende. A Pechino non vedono con favore un colosso “che è fiorito in Cina ma ha portato i frutti all’estero”. Ed è da verificare se gli investimenti per 1,4 miliardi di dollari annunciati da Shein nella provincia di Guangdong aiuteranno a distendere le relazioni. Il vero nodo, però, resta il business. Da Shein dicono di avere la situazione sotto controllo. Ma la diversificazione delle categorie merceologiche e delle geografie stenta a portare risultati significativi. Così come il tentativo di proporsi come fornitore di servizi, lanciato nel 2023, non ha lasciato il segno: rappresenta l’1% del fatturato. “Dopo l’ascesa vertiginosa – sintetizza NYT – la sfida di Shein è continuare a crescere”.
Foto da Shein
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