Brexit, 2 anni dopo: gli effetti anomali sul prodotto moda italiano. Chi vende di più, chi al prezzo migliore, chi perde interscambio

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La borsa italiana nel Regno Unito è cresciuta nonostante tutto; la calzatura ha registrato risultati positivi in valore, ma negativi in volume; la pelle incespica. Non è semplice stabilire, ora, quanto e in che modo Brexit abbia influito sugli scambi commerciali dell’Italia con il Regno Unito. Ancora più difficile comprenderlo quando i risultati sono così eterogenei. Finora i principali effetti del voto referendario con i quale i cittadini del Regno Unito hanno deciso l’abbandono dell’Eurozona si sono visti sulla valutazione della sterlina, e non ancora sugli accordi commerciali. Analizzando i dati elaborati dal Centro Studi di Confindustria Moda per il 2017 si ottiene una panoramica eterogena. La pelletteria, ad esempio, non ha affatto accusato il colpo: nel periodo gennaio-ottobre ha venduto a Londra di più rispetto a quanto fatto l’anno prima sia in valore (+7,9%) che in volume (+33,5%). In chiaroscuro, invece, il risultato della calzatura: nell’anno completo ha esportato 12,8 milioni di paia (-3,7%), raggranellando però 602 milioni di euro (+2,9%). La nuova stagione politica tra Londra e i suoi partner continentali non premia, infine, la pelle. Nel 2017 l’export di materiale finito italiano ha vissuto un trend ribassista, con contrazione di bovine spaccate e croste e criticità per ovicaprine e scamosciate: sono cresciute solo le verniciate. Allo stesso modo, illustrano le rilevazioni del Servizio Economico di UNIC – Concerie Italiane, nell’anno l’acquisto di materia prima conciaria, sia pelli grezze che semilavorati, è diminuito.

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