Il French Job della moda italiana, che anela il rilancio delle big

Il French Job della moda italiana, che anela il rilancio delle big

In rassegna stampa risuonano le ansie della moda italiana, che guarda con apprensione a Parigi e anela il rilancio delle big finanziarie del lusso transalpino. Cioè Kering e LVMH, che da sole tanto condizionano le sorti della filiera tricolore. E l’apprensione degli addetti ai lavori per le ultime news che si leggono a proposito del primo dei due gruppi, quello che fa capo alla famiglia Pinault, ora alla ricerca del turnover sotto l’egida del CEO Luca de Meo. La scelta di investire sulla F1 lascia perplessi i più, mentre la liquidazione del patrimonio immobiliare a Milano forse è meno un affare di quanto sia apparso in prima battuta.

Il French Job

La faccenda è talmente seria che si è mosso lo stesso Adolfo Urso, titolare del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Il ministro a Parigi ha incontrato in una specie di incontri diplomatici sia i vertici di LVMH che di Kering (in foto) alla ricerca di un “patto di sistema”. Con l’obiettivo, sintetizza Il Sole 24 Ore, di rafforzare “la filiera industriale del lusso tra Italia e Francia, il sostegno alle PMI del settore e il contrasto a ogni forma di illegalità lungo la catena produttiva”. I due gruppi, da parte loro, confermano l’impegno per il made in Italy e la centralità di brand e manifattura italiane per i relativi sistemi.

 

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Chi anela il rilancio delle big

Fin qui siamo ai buoni propositi. Le cronache riportano un po’ di apprensione su Kering, alle prese con le difficoltà del brand ammiraglio ma pure con quelle di Alexander McQueen. La scelta di diventare con Gucci title sponsor di Alpine in Formula 1 ha fatto sollevare qualche sopracciglio. Glitz.Paris riporta che già LVMH aveva valutato l’idea di associare la propria immagine a quella della scuderia del gruppo Renault, ma poi ha valutato che il matrimonio di brand con il team arrivato ultimo nella classifica costruttori nel 2025 non avrebbe giovato al proprio prestigio. Mentre la testata cinese LadyMax, alla luce delle stime di mercato sulla valutazione della partnership tra Gucci e Alpine (tra i 50 e i 60 milioni di dollari l’anno), osserva che Kering forse ci ha speso pure troppo: una mossa ambiziosa in fase di crescita, ma “ad alto rischio” in fase di recessione.

Gli immobili milanesi

Il Fatto Quotidiano nota che anche la cessione dell’80% dello stabile di via Montenapoleone 8 al fondo qatarino è meno “da record” di quanto fosse apparso in prima battuta. Il contratto di affitto degli stessi locali firmato poi da Kering (durata trentennale, con finestre d’uscita dopo 12 e 24) prevede un canone di 72,84 milioni (20.000 euro/mq), con meccanismi di rivalutazione annua al 100% dell’indice ISTAT e mai al di sotto del 2,5%. Tradotto in numeri: al secondo anno il canone sale a 80 milioni e a 91 al terzo. Non solo: il contratto prevede 25 milioni di contributo di ristrutturazione e altre clausole tutte a favore del locatario. Insomma, secondo il Fatto la plusvalenza del 10% sull’immobile è un affare per il bilancio di Kering oggi, ma i termini dell’affitto non lo sono per quelli di domani.

In foto, a sinistra Urso con de Meo e l’ambasciatrice d’Italia in Francia, Emanuela D’Alessandro; a destra con Bernard Arnault (CEO di LVMH) e suo figlio Frédéric (CEO di LVMH Watches e Loro Piana)

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