Il j’accuse di De Sarno: dai prezzi folli all’ipocrisia del lusso

Il j’accuse di De Sarno: dai prezzi folli all’ipocrisia del lusso

Prendere coscienza di quello che oggi significa lusso è fondamentale. Lo è ancor di più se a farlo è un insider, uno di quei creativi che ha vissuto sulla sua pelle lo scotto di un’industria che non trova più punti fissi. Parliamo di Sabato De Sarno, ex direttore creativo di Gucci, che a Vanity Fair ha deciso di parlare chiaro. Dopo anni al centro del sistema moda, il creativo ha lasciato la maison fiorentina a febbraio 2025. La pausa forzata, però, si è trasformata in un osservatorio privilegiato: un punto da cui guardare l’industria senza filtri, senza il rumore dei backstage e senza la pressione dei like. Ne è venuta fuori una critica netta, quasi brutale, che non risparmia nessuno. E però il j’accuse di De Sarno si trasforma quasi in una richiesta: ripensare il lusso dalle fondamenta.

Il j’accuse di De Sarno

Una critica piuttosto radicale, potremmo dire. “Io penso davvero che il prêt-à-porter sia morto” dice De Sarno. Il sistema come lo conoscevamo non esiste più. È diventato un lusso per pochissimi, schiacciato da prezzi che non riflettono più il valore dell’artigianato, ma il costo di un sistema che brucia denaro in scenografie monumentali, jet privati e celebrity economy. De Sarno lo ammette senza troppi giri di parole: se una T-shirt costa cifre spropositate, è perché deve finanziare un modello produttivo insostenibile. Non creativo, ma più improntato sulla spettacolarizzazione. Più legato allo show che al prodotto. Eppure, secondo il creativo una via d’uscita c’è. Ripartire dal Made in Italy, da una filiera che sa ancora produrre qualità senza gonfiare i prezzi. Una questione di equilibrio, insomma. “Il problema è sempre il ricarico che vuole farne il marchio. Ma rifondare un prêt-à-porter italiano basato sul nostro artigianato è possibile”. Un artigianato che, in altre parole, torni a parlare alle persone.

 

 

I valori come tendenze

Per De Sarno, tra l’altro, negli ultimi anni il problema non è stato il settore in sé, ma ciò che quel settore è diventato. La moda ha infatti scambiato battaglie culturali per hashtag, trasformando inclusione, sostenibilità e body positivity in strumenti di marketing. “Questioni fondamentali usate come trend invece di diventare pilastri del cambiamento” ammette il designer. Il contrario di basi solide su cui costruire, quindi. Perché le trasformazioni vere richiedono tempo, progettazione, costruzione. Richiedono di ripensare il prodotto da zero, e non di adattarlo all’ultimo minuto per inseguire un trend. E quindi la ricerca di una certa profondità, in un settore che ha confuso la velocità con la rilevanza.

Le responsabilità

Così torniamo alla questione dell’impatto culturale. Che spesso è mancato al settore. Un discorso a ritroso che tira in ballo anche responsabilità. Degli stilisti, certo, ma anche degli amministratori delegati che guardano più alla forma che alla sostanza. “Instagram, TikTok, i social in generale non possono essere l’unico metro di giudizio di una collezione. E un amministratore delegato non deve essere un follower: deve, a mio parere, essere una guida e inaugurare nuove strade” continua De Sarno. Serve quindi un atto di coraggio. E che a dirlo sia proprio qualcuno che da quel sistema è stato consumato fin dall’inizio, rende questo j’accuse un avvertimento.

Foto Kering e Gucci

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