Per Glitz ci sarebbero frizioni tra manager e creativi di Kering

Per Glitz ci sarebbero frizioni tra manager e creativi di Kering

Ci sarebbero frizioni intorno alla direzione segnata dal piano ReconKering dell’amministratore delegato Luca de Meo. Secondo il retroscena di Glitz.Paris, l’anima artistica del gruppo (cioè i direttori creativi dei brand controllati e i loro team) non avrebbero accolto con favore l’indicazione di badare al sodo, cioè al merchandising e alle collezioni che garantiscono (o garantirebbero, per meglio dire) i maggiori esiti commerciali. Le tensioni maggiori si registrerebbero in Yves Saint Laurent, ma anche ai vertici di Alexander McQueen e Balenciaga l’aria si sarebbe fatta pesante. Il gruppo, intanto, annuncia che dal 15 settembre il nuovo presidente di Kering Italia sarà Sabina Belli, dal 2015 CEO di Pomellato.

Ci sarebbero frizioni in Kering

Non possiamo dirci completamente sorpresi dal retroscena di Glitz.Paris. Il piano approntato da de Meo, come abbiamo scritto in più occasioni, si basa su un assunto molto rischioso. Cioè che si possano riconquistare quote (e cuori) del mercato d’alta gamma abbassando i prezzi medi e, soprattutto, la qualità intrinseca del prodotto, come suggerisce l’intenzione di ridurre del 30% l’uso di pelle. In attesa dei riscontri del mercato, vero giudice in queste faccende, le cronache agostane hanno parlato di un Anthony Vaccarello sul punto di accomiatarsi da YSL (circostanza smentita dai diretti interessati) per le incomprensioni con il CEO del brand, Cédric Charbit. Nonché, ora, di un Pierpaolo Piccioli “nell’occhio del ciclone” in Balenciaga e di un Seán McGirr “sotto pressione” in Alexander McQueen.

 

 

Il filo conduttore

Il punto di frizione sarebbe sempre lo stesso. La spina dorsale del CEO di Kering spinge perché tutti, come d’altronde dichiarato più volte in occasioni pubbliche, puntino su ciò che si ritiene facilmente vendibile. Il paradigma è il lavoro fatto da Demna, ora alla guida di Gucci, nei suoi anni in Balenciaga (in collaborazione proprio con Charbit). Il problema non è solo di autonomia degli stilisti, ma anche di prestigio e di posizionamento (come, d’altronde, racconta lo stesso rinculo di Gucci dopo l’exploit con Alessandro Michele). “La strategia può aver generato crescita – sintetizza Glitz a proposito di Balenciaga, ma in un discorso sempre valido di brand management –, ma ha anche svalutato l’immagine del marchio”.

Foto da Saint Laurent

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