Che cosa resta della filiera del lusso dopo pandemia, crisi energetica e ora un nuovo fronte di guerra? L’intervista a Matteo de Rosa, ex CEO di LVMH – Métiers d’Art, apre una finestra su come i grandi gruppi stiano ripensando approvvigionamenti, rischi e identità del prodotto. Accanto a lui, le analisi di Francesco Morace, presidente e cofondatore di Future Concept Lab e Gian Mario Borney, consulente aziendale e docente presso l’università Bocconi e l’Istituto Secoli, delineano un quadro che va oltre l’emergenza. La moda non è più nel territorio del “tornerà tutto come prima”. È entrata in un’altra stagione. Sul mensile La Conceria di aprile tre opinioni sul made in Italy davanti alla guerra.
Il made in Italy davanti alla guerra
Quando de Rosa ripercorre i suoi anni alla guida di LVMH – Métiers d’Art, lo fa con una certa lucidità. Nel 2021, durante la pandemia da Covid, il problema era tenere in piedi le filiere che portavano materiali preziosi da zone fragili del mondo. Oggi la minaccia è diversa, forse più subdola: una crisi regionale che ha già incrinato energia, turismo, fiducia. E così, per esempio, l’idea del reshoring totale sembra quasi scorciatoia narrativa. Perché le aziende, più che accorciare, devono ridisegnare la filiera. Meno dipendenze critiche, più integrazione verticale nelle lavorazioni strategiche, prossimità nelle fasi variabili, trasparenza fino ai livelli profondi della supply chain. E, cosa non da poco, un design che torni centrale. Perché è esattamente quello l’intermezzo in cui si decide se una collezione sarà sostenibile, realizzabile, coerente con le capacità della filiera.
Una risposta di sistema
Per Francesco Morace, invece, la crisi dipende soprattutto dalla perdita di un immaginario. La moda, dice, ha smesso da tempo di produrre sogni, almeno in quell’Occidente che vive una stanchezza culturale prima ancora che economica. E il Golfo, che negli ultimi anni ha funzionato da acceleratore del lusso, oggi mostra la sua fragilità. Perché rappresenta un benessere esposto, un modello che si credeva intoccabile e che invece si incrina al primo shock geopolitico. Gian Mario Borney vede invece positivo. Non nega la complessità, ma rifiuta la narrativa del “tutto finito”. La domanda c’è, anche se irregolare, e il sistema può ancora reagire. A patto di farlo davvero. Che si traduce in filiere meno disperse, prodotti più leggibili, una logica industriale che smetta di inseguire la quantità e torni a costruire valore. Il made in Italy, soprattutto quello fatto di micro‑aziende, non può più permettersi di navigare da solo tra passaporto digitale, AI, investimenti tecnologici. Servono piattaforme, alleanze. E, per ultimo, distretti che funzionino come organismi e non come isole.
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