A volte si tratta di investimenti (eseguiti o auspicati a seconda dei casi) per dare all’area pelle un nuovo orizzonte industriale. Altre, invece, di interventi per raddrizzare condotte che non sono più accettabili (qualora lo siano mai state). Le cronache dall’Africa ci raccontano di fermenti dalla filiera. In Tanzania, in Niger e in Senegal si dispiegano, per il momento, le migliori intenzioni per lo sviluppo industriale della pelle e del prodotto in pelle.
Interventi in Africa per l’area pelle
Andiamo per ordine lungo la catena che dalla carne porta alla pelle. A Kolda, in Senegal, procedono i lavori per la costruzione del nuovo macello municipale. Con i suoi macchinari non si propone solo di sostituire quelli tradizionali sul territorio, ma di preservare le pelli a favore delle concerie del Paese. Risolvendo, magari, l’annosa questione della conversione del patrimonio animale in una leva competitiva della pelle. È esattamente da qui che riprende il discorso nel Niger, dove c’è una grande vocazione all’economia agro-pastorale, ma non a quella manifatturiera. Gli operatori del Paese invocano risorse per favorire l’elevazione delle concerie dal livello artigianale a quello industriale. Così da dare respiro a un export che è solo regionale. La qualificazione della filiera passa anche dalla sanzione di chi non rispetta le regole. In Tanzania le autorità per la tutela dell’ambiente hanno imposto la sospensione delle attività di una conceria che, malgrado l’impegno già preso, operava senza un impianto di trattamento dei reflui.
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