L’India vuole la vetta dell’export ma le concerie hanno problemi

L'India vuole la vetta dell'export ma le concerie hanno problemi

L’India vuole la vetta dell’export e rilancia la propria ambizione nella pelle. Il tutto mentre Kanpur, uno dei suoi poli conciari più sensibili, sta affrontando un nuovo giro di controlli ambientali. Da un lato il governo che spinge per triplicare l’export entro il 2031. Dall’altro le ispezioni che rivelano scarichi fuori norma, capacità produttive gonfiate e un sistema di vigilanza che torna a chiedere garanzie. Due movimenti opposti ma paralleli che mostrano come l’India stia provando a sviluppare al massimo il potenziale della sua industria conciaria. Senza però avere i mezzi.

L’India vuole la vetta dell’export

Come sottolinea la stampa locale, il ministro per l’industria e per il commercio Piyush Goyal ha definito un obiettivo chiaro: portare l’export della pelle e della calzatura ad almeno 15 miliardi di dollari nei prossimi cinque-sei anni, sfruttando accordi di libero scambio, nuovi mercati e una pianificazione che spinge su qualità, design, branding e sostenibilità. L’India ritiene di avere già gli asset necessari. Dalle competenze tecniche alla manifattura esperta, passando per i prodotti competitivi. I nuovi accordi commerciali hanno aperto l’accesso a 38 paesi aggiuntivi, che si sommano ai dieci dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) creando una rete preferenziale che copre quasi 50 mercati. Il limite principale, oggi, rimane però la concentrazione geografica. Il 77% delle esportazioni si dirige verso 15 paesi soltanto. Goyal vuole rompere questo schema, spingendo anche categorie meno presidiate (borse, portafogli, selleria, abbigliamento) per ampliare la base industriale e diversificare la domanda internazionale.

 

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I guai di Kanpur

Mentre Nuova Delhi guarda all’export, Kanpur fa i conti con una realtà più complessa. Il Regional Pollution Control Board ha emesso 25 nuovi avvisi ai conciatori dopo aver rilevato scarichi con livelli di cromo tripli rispetto ai limiti consentiti e sistemi di trattamento inefficaci (fonte The Times of India). In una settimana le notifiche sono salite a 44, con casi di unità operative senza le autorizzazioni obbligatorie. Le verifiche hanno censito 274 concerie attive, ma molte presentano stock e manodopera superiori alla capacità autorizzata, segnale di produzioni spinte oltre i limiti. Altre risultano chiuse, non operative o smantellate, confermando un settore frammentato e sotto pressione. Insomma, mentre il governo punta a espandere la filiera, il nodo ambientale resta irrisolto e rischia di frenare la credibilità internazionale.

Foto Shutterstock

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