Barcellona, 13 e 14 aprile: all’European Designer Fashion Summit la moda europea cerca una nuova centralità. Provando a ridefinire il proprio ruolo in un meccanismo globale che corre velocissimo. Tra identità culturali, nuove geografie creative, l’ibridazione sempre più stretta con arte, tecnologia e scienza e il ruolo dei creativi emergenti, il settore torna a pensare a un linguaggio condiviso per restare riconoscibile. Il Summit, che riunisce studiosi, direttori creativi, istituzioni e piattaforme per capire come mantenere rilevanza senza perdere radici, affronta proprio le sfide e le opportunità che l’industria europea sta vivendo. Dai modelli produttivi alla sostenibilità, passando per la formazione e il ruolo simbolico dell’Europa nella creatività contemporanea, Barcellona diventa il luogo in cui questa riflessione si condensa. E noi ve lo raccontiamo.
La moda europea cerca una nuova centralità
Gilles Lipovetsky, filosofo e sociologo francese, apre l’evento con una teoria netta: la moda non può più esistere senza la sua liaison con l’arte. Una sorta di condizione strutturale, per lo studioso, che tira in ballo la figura del direttore creativo. “Non è più solo un designer: è un creator che costruisce visioni globali, come fece Lagerfeld trasformando Chanel in un universo culturale, o come Pharrell, arrivato da un altro mondo, a ridisegnare i codici di Louis Vuitton” sottolinea Lipovetsky. Un’ibridazione, quella tra fashion, arte, scienza, tecnologia, che però non è un fenomeno recente. “Era un rapporto concepito anche negli anni ’50, ma oggi ha costi, impatti e ambizioni diverse”. Le collaborazioni tra Louis Vuitton e Murakami o Jeff Koons hanno mostrato come i brand siano in grado di dissolvere barriere e ampliare il proprio campo simbolico. “Proprio così le clienti non hanno acquistato solo una borsa, ma una vera e propria opera d’arte”. Poi le riflessioni sulla sostenibilità senza dimenticare l’innovazione. “La moda nasce come gioco, piacere, cambiamento continuo: è strutturalmente incompatibile con un modello pienamente sostenibile. Si può ridurre l’impatto ma non annullarlo”. Per Lipovetsky l’Europa lo ha capito tardi, solo dopo essere stata travolta dalle esportazioni a basso costo cinesi. Eppure, la sfida si può vincere: “non tutti vogliono prodotti cheap, e conserviamo ancora quel vantaggio storico nei brand di alta gamma”.
Decentralizzata e con nuove narrazioni
Il secondo panel, con Scott Lipinski (CEO del German Fashion Council) e Pepa Bueno (Vice-Presidente della Fundación Academia de la Moda Española) azzera l’idea dell’Europa come un monolite. “È un mosaico di culture, materiali, produzioni locali, deadstock, sartorie, micro‑ecosistemi che diventano globali proprio perché restano radicati” sottolinea Bueno. Che continua: “i giovani cercano qualità e sostenibilità, e questo spinge i brand a recuperare artigianalità, durabilità, filiere locali. Barcellona stessa dimostra che la moda europea non vive solo nelle capitali storiche”. Per Lipinski, invece, Berlino ha trovato un approccio nuovo. “Come fashion week abbiamo smesso di imitare Parigi e abbiamo valorizzato ciò che la città possiede: libertà, sperimentazione, un’estetica non convenzionale”. Tutto incentrato su brand emergenti che mostrano chi sono, nel lavorare con materiali di qualità, nel creare occupazione locale.
Il ruolo degli emergenti
Nel terzo panel il Summit analizza invece il poco spazio che l’industria dedica alle nuove generazioni di designer. Per Sara Sozzani Maino, direttrice creativa di Fondazione Sozzani e Brand Ambassador alla Milano Fashion Week “la nuova generazione di designer è costantemente alla ricerca di uno storytelling alternativo, per arrivare a clienti sempre più giovani che condividono valori. Ma è diverso soprattutto il modo in cui guardano alla moda e la approcciano”. C’è però un gap: quello tra scuola e artigianato. “Ci sono troppe scuole di moda, con gli stessi corsi. La nuova generazione vorrebbe apprendere di più sul valore dell’artigianalità, per esempio, ma le scuole non riescono a coprire tutto, anche se fanno moltissimo. Non è pensabile che i giovani emergenti che un domani lavoreranno per una maison o che fonderanno un loro marchio, non conoscano chi lavora dietro le quinte, le mani che producono”.
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