Tra le stanze barocche di Palazzo Mignanelli, da due anni a questa parte, si consuma una liturgia insolita. È quella di Alessandro Michele, che ha preso posto nello studio che fu di Valentino Garavani, portando con sé un’estetica sacra e profana che destabilizza l’ordinario. Ai più potrebbe sembrare una semplice eredità. Ma il lavoro di Michele racconta di un dialogo serrato tra la grazia di Valentino e l’impeto del nuovo corso. Attraverso il concetto di “interferenza” si capisce bene cosa vuole fare Michele. Lo stilista romano sta ridefinendo il senso di guidare una maison storica oggi, senza dimenticarne il fondatore.
Cosa vuole fare Michele
Occupare una casa di moda con decenni di storia alle spalle richiede una postura intellettuale precisa. Per Michele, l’azione del designer contemporaneo non coincide con la conservazione museale né con la cancellazione del passato, bensì con una sottile e costante interferenza. Lo dice lui stesso ad Harper’s Bazaar. “Da vent’anni, i direttori creativi hanno il compito di interferire nella storia dei brand, nel lavoro di qualcun altro. Ed è bellissimo vedere due cose tanto diverse che si uniscono tra loro, che si fondono per creare qualcosa di nuovo”. Michele affronta questo ruolo con lo sguardo curioso di chi si sente sempre un ospite. Che osserva gli archivi come sceneggiature con cui riscrivere il presente. Una visione, la sua, che non cerca certo la somiglianza stilistica con Garavani, ma che ne condivide la fede assoluta nel potere sovversivo dell’immaginazione. Valentino cercava la perfezione immutabile di un’eleganza classica e senza incrinature. Michele si rifà all’elemento umano, a quell’imperfezione calibrata, alla calcolata dissonanza di un dettaglio fuori posto che dona nuova vita all’abito.
Il caos della ri(creazione)
Al centro di questo percorso di riappropriazione c’è Roma, matrice comune ma interpretata attraverso lenti opposte. Se per Valentino la capitale rappresentava la solennità marmorea delle dee, la perfezione statuaria del drappeggio e l’armonia delle forme classiche, per Michele la città è una stratificazione caotica di ere, stili ed emozioni sovrapposte. È da questo scontro tra l’alto e il basso che prende forma l’idea di moda di Michele. Un approccio al marchio simile a un esercizio di convivenza tra elementi discordanti. Il pizzo d’archivio dialoga con il denim, l’alta moda sfila accanto a maschere teatrali, il rosso torna a farsi vedere nella sua essenza più pura. Inconsciamente in cerca di un’approvazione ancestrale (e forse del fondatore), Michele è il più lampante esempio di quella generazione di designer che crede che interferire nella memoria di un marchio non significhi profanarlo. Quanto più restituirgli la capacità di sorprendere, trasformando la tradizione in qualcosa che scotta, instabile e meravigliosamente contemporanea.
Foto dal sito di Valentino
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