LE PAROLE DEL 2017

UN ANNO RICCO DI ATTUALITÀ, NOVITÀ, SFIDE.
IL 2017 HA INNESCATO UN INTERMITTENTE OTTIMISMO.
NOI VE LO RACCONTIAMO IN DODICI PAROLE, IN ATTESA (E SPERANDO) CHE IL 2018 CONFERMI I TANTI SEGNALI DI RIPRESA E NE INNESCHI UNA CONCRETA ACCELERAZIONE .

 

ACQUISIZIONE
Anni passati a valutare il peso delle operazioni finanziarie a valle, poi arriva il 2017 e il fenomeno risale la corrente, mettendo la conceria sotto i riflettori. D’accordo, Richemont nelle scorse settimane si è annesso la pelletteria milanese Serapian, ma la sua operazione non sposta il baricentro del discorso e, in alcuni casi, il tasso di novità che porta con sé. Come l’operazione che ha condotto la conceria Pasubio sotto l’ombrello dei britannici di CVC Capital Partners, visto che quest’ultimo è un fondo di investimento con interessi (molto) differenziati e un patrimonio gestito superiore ai 590 miliardi di dollari. Più tradizionale il passaggio di Scamosceria del Brenta sotto la proprietà di Isa TanTec, gruppo conciario a capitale tedesco ramificato soprattutto in Asia. Fallito, invece, il tentativo di acquisire una conceria solofrana da parte di un player asiatico che, però, ci dicono sia ancora in cerca di un obiettivo. Nei Paesi Bassi, la holding Bellivo, che possiede l’operatore della carne Sopraco, ha integrato la sua attività rilevando Rompa Leather. In Nuova Zelanda, i cinesi di Henan Prosper hanno acquisito G L Bowron&Co, mentre Wallace Group si è accaparrata la conceria Nichols. Grandi movimenti che potrebbero non essere terminati.

DAZIO
Rinnovi, paradossi, sviste burocratiche. Il 2017 ha alzato l’asticella della quota di materia prima, grezza e semilavorata, sottratta al libero commercio oltre il 51%. “Per noi è una questione di sopravvivenza -, dicono i protezionisti – dobbiamo far lavorare le nostre concerie e la nostra manifattura”. Però in Tanzania il dazio fa marcire le pelli nei magazzini, perché la conceria non è attrezzata per lavorarle. In Zimbabwe prima proteggono, poi varano uno sgravio fiscale per alcune società esportatrici che non riescono più a vendere e infine arriva LMAC (l’associazione nazionale dell’industria zootecnica) che chiede di abolire il dazio «perché l’area pelle locale è strutturata per lavorare le pelli grandi: quelle piccole e medie rimangono senza domanda» e, pure loro, finiscono per marcire. In Russia rinnovano il blocco alle vendite estere di wet blue, “temporaneo” dal 2014 e protratto fino al 45 aprile 2018. Chiude il cerchio la Turchia che lo scorso agosto impone un blocco di fatto sull’export di wet blue bovino (500 euro a tonnellata), ma poi è costretta a fare parziale retromarcia sotto la pressione dei suoi conciatori. Il dazio era scritto male, comprendeva anche le croste. Le hanno “rimesse in libertà”.

ECORAGGIRO
Nuovi materiali, nuovi brand, nuovi mercati. Vecchi problemi. L’anno che ci mettiamo alle spalle è stato vissuto dal punto di vista della linguistica e della comunicazione, pericolosamente. Già, perché il problema di certe iniziative “eco-chic” è che propinano veri e propri raggiri ai consumatori con parole falsamente rassicuranti. Come è il fantomatico “Wineleather”, tessuto prodotto da una startup italiana e propagandato come “pelle tratta dalla vinaccia”. Una diffida di UNIC ha persuaso i produttori non solo a rinunciare al nome, ma anche al corredo promozionale che spacciava la filiera della pelle inquinante come un olocausto nucleare. Una falsità. D’altronde chi si cimenta nei materiali alternativi denigra l’industria conciaria per mero tornaconto commerciale. È il mercato a spingere le case automobilistiche di lusso verso i tessuti sintetici. Tesla rigira la scelta sulle questioni etiche, ma Bentley, più francamente, si lascia scappare di aprirsi alla possibilità «per intercettare una quota di mercato in più». Sullo sfondo si aggira lo spettro di FlyLeather, il materiale di Nike che riporta l’equivoco del rigenerato di fibre di cuoio venduto per “cuoio rigenerato”. Alla fine, dicevamo, è sempre un problema di parole.

EXTRALARGE
“Milano ha tutto, tutto. L’ultima fashion week mi è sembrata più allegra del solito, più movimentata”». Lo dice Stefano Gabbana rispondendo a una pesante provocazione del New York Times che, lo scorso settembre, ha parlato della metropoli lombarda come di una “terra di periferia”. Eppure, mai come nel 2017, Milano è stata capace di aggregare moda, business e attenzione mediatica. L’evento extralarge (Milano XL) proprio a settembre, con le rassegne del prodotto finito raggruppate in un fazzoletto di giorni e il centro città animato da installazioni che celebrano i settori manifatturieri della moda e del lusso italiano, ha fatto il botto, mettendo il cappello a tutte le buone vibrazioni di inizio anno, quando si svolsero le precedenti edizioni di sfilate e fiere varie, a partire da theMicam e Mipel. Senza, ovviamente, dimenticare come ormai sia diventato quasi ombelicale il rapporto tra la città e Lineapelle che nelle sue edizioni 2017 a Fieramilano ha consolidato con forza il ruolo di evento commerciale e stilistico di riferimento per l’area pelle mondiale. Aumentando il numero di espositori e visitatori. Dimostrandosi luogo ideale e unico nel suo genere, per discutere, programmare e condividere il presente e il futuro.

FORMAZIONE
Ce n’è bisogno ovunque, in Italia e in Europa. Ne ha bisogno chiunque: la scarpa, la borsa, la concia. È necessaria, sul prodotto, per far capire a chi crea lo stile le caratteristiche, il valore, la sostenibilità dei materiali. Serve anche a livello manageriale. Il 2017 è stato indubbiamente l’anno della formazione. Quello in cui, come mai forse in passato, si sono moltiplicati corsi di formazione professionale inerenti alla pelle. Tra i tantissimi, ne ricordiamo tre. Chiamano tutti in causa la conceria. Exploring Italian Leather Sustainability, avviato da UNIC insieme a Gucci, per spiegare alla prossima generazione di designer “cosa significa sostenibilità nella filiera pelle”. Coinvolti: gli studenti dell’Accademia Costume & Moda di Roma. Il Master in Diritto dell’Ambiente e del Territorio al quale UNIC partecipa in virtù di una convenzione con l’Università veneziana Ca’ Foscari. Il Politecnico del Cuoio, le cui lezioni sono iniziate a ottobre presso l’Istituto Tecnico Superiore Galileo Galilei di Arzignano. 24 studenti che studiano per diventare Green Leather Manager, cioè “tecnici superiore per la progettazione, trasformazione e innovazione della pelle”. Era atteso da molto tempo. Nel 2017 è arrivato.

MANIFATTURA
Il 2017 ha rimesso al centro del dibattito il processo produttivo. Per le sue evoluzioni geografiche, che vedono, tramite il processo di reshoring, le catene del valore “accorciarsi”. I brand, in nome di un aggiornato senso dell’efficienza e ancor di più cercando l’innalzamento qualitativo del prodotto, riportano in Europa e in Italia, a seconda del segmento, relazioni industriali dislocate in passato in Asia. Per le griffe del lusso la priorità del processo si traduce in due investimenti. Il primo industriale. Prada nell’aretino, Gucci a Scandicci e nelle Marche, Hermès in Francia: tutti aumentano la capacità produttiva. Il secondo è comunicativo: la filiera dell’alta moda è fatta di fabbriche che assomigliano a botteghe artigiane. Aprire gli atelier al pubblico è prioritario come mettere a disposizione della clientela servizi di personalizzazione dei capi. Ma le mani che muovono l’industria si tengono anche al passo coi tempi. Digitale, connessa, automatizzata, l’industria 4.0 irrompe nelle concerie e nelle imprese italiane. Grazie alla legge di Bilancio 2017, la filiera italiana ha investito in macchinari: «L’innovazione serve a rimanere competitivi», spiegava Gabriella Marchioni Bocca (presidente Assomac).

MILLENNIALS
Si prenda Gucci, una macchina da guerra che ha chiuso i primi 9 mesi del 2017 con vendite in crescita del 45,5% su base annua. Da dove origina, secondo il ceo Marco Bizzarri, il successo della griffe? «Metà del business arriva dai Millennials». E che cosa fa, lo stesso Bizzarri (classe 1962), per essere sicuro che la sua azienda sia sempre in sintonia con il mercato? Allestisce «un governo ombra» costituito da «under 30» da cui recepire input, anche sul come evitare sprechi nel taglio delle pelli. I Millennials sono la stella polare del lusso. Ne orientano le scelte e ne rappresentano la preda più ambita. I nati dopo il 1980, ormai adulti, non solo interessano per quanto sono capaci di spendere in prima persona, ma anche per il modo in cui influenzano le scelte dei senior (Baby Boomers e generazione X) e per come preparano la strada ai più piccoli (la Generazione Z, gli adolescenti che ora formano la propria identità di consumatori di moda). Ma attenzione a che la rincorsa ai Millennials non conduca su false piste. Ancora Bizzarri di Gucci, sbandierando l’addio alle pellicce, lo faceva in nome della «non modernità» del materiale. I fatti, ve lo abbiamo documentato in questi mesi, non stanno così. La pelliccia piace indipendentemente dall’età.

PELLETTERIA
Finché c’è borsa, c’è speranza. La pelletteria è il best product of the year. È lei che traina i conti stratosferici di quasi tutte le griffe. I dati AIMPES non lasciano spazio a dubbi. Quei dubbi, per esempio, che il suo presidente, Riccardo Braccialini, nutriva a metà 2016. Nei primi nove mesi 2017 la pelletteria italiana ha incassato il 20% in più. Significa certamente che il prezzo unitario cresce, ma anche che le quantità volano e fanno girare a pieno ritmo le linee produttive di brand e terzisti del lusso. Perché oramai lo sanno anche le pietre: tutte le griffe del lusso producono in Italia e qui investono. Lo fa anche Hermès in Francia (e non solo lui), pianificando la costruzione di due nuovi stabilimenti che, entro il 2020 porteranno il totale delle sue fabbriche a 17, per oltre 4.000 dipendenti. È questa volontà di “costruire sulla pelletteria – dicono i francesi -, perché crediamo in questo segmento», che ne dimostra la forza attuale e in prospettiva. A chi teme la saturazione di mercato, gli addetti ai lavori rispondono che l’antidoto sta nella frenetica diversificazione delle collezioni, ridotte nei volumi, moltiplicate nel numero, quasi senza stagionalità. Più faticoso lavorare così, indubbiamente. Ma se accetti la sfida, il business accelera.

QUALITÀ
È una spina nel fianco. La cornice dei fattori è tra le peggiori possibili e nel 2017 si è ricombinata in maniera negativa. Perché la qualità media della materia prima conciaria è in calo. Concorrono diverse cause. La principale: l’industria zootecnica è cambiata. Oggi operano sul mercato grandi gruppi interessati in maniera solo marginale alle sorti della pelle. Grandi gruppi che impiegano personale poco specializzato, sottoposto a intenso turnover e superficiale in fase di scortico. Ci sono filiere (da ultima: la Francia) che cercano soluzioni, ma il problema è diffuso: non c’è origine che tenga. Dai macelli escono pelli problematiche. Oltretutto, il prezzo della materia prima tende a crescere: il vitello più di tutti (con un +16%, ad esempio, tra gennaio e marzo), ma anche il toro. A chiudere il cerchio, infine, ci sono le pretese delle griffe, che non apprezzano la naturalezza della pelle: al contrario, in vene e cicatrici vedono solo difetti da coprire sotto pesanti finiture. Alcuni segnali (come la diminuzione delle marchiature a fuoco negli allevamenti statunitensi, o la rimozione dei fili spinati da molte fattorie) sono confortanti. Ma non è detto che il welfare animale sia un alleato della pelle: l’alimentazione, ad esempio, spesso gioca contro.

SCANDALO
Il grande malato della carne. E il grande malato della pelle. Le filiere di Brasile e India condividono il triste destino di essere, ciascuna nel suo Paese, al centro di scandali politici e giudiziari. Cominciamo dalla zootecnia sudamericana, piegata da due colpi inferti rispettivamente all’intera industria (Carne Fraca, marzo) e al suo principale player (Lava Jato, maggio). I contorni sono diversi, e gli effetti pure. Nel primo caso si contestavano irregolarità nelle procedure per l’autorizzazione all’export di carne; nel secondo, si immortalava JBS al centro di una rete corruttiva che coinvolge le amministrazioni locali e il Governo brasiliano. Malgrado gli scossoni, gli indicatori del Paese rimangono in area positiva. Più complessa è la questione indiana. Dove, da un lato, c’è un cluster carne-pelle che opera ai confini dell’economia sommersa e spesso al di sotto degli standard internazionali. Ma dall’altro ci sono i governi a guida del partito induista BJP, a Nuova Delhi e in alcuni stati federati, che nascondono dietro il paravento della legalità l’intenzione di boicottare, per pregiudizio religioso, un’intera industria. In India il clima è violento, e non solo sul piano retorico. Chiudono le imprese, fuggono i lavoratori, tracolla la produzione: le prospettive sono nere.

SNEAKER
Il Tacchificio Zanzani produce da 103 anni a Savignano sul Rubicone. A inizio dicembre ha inaugurato l’ampliamento dello stabilimento, pari a 1.200 metri quadrati. L’ha fatto perchè sono aumentati gli ordini. Non solo di tacchi, storica specialità, ma anche della nuova divisione che produce suole per sneaker. Virgil Abloh, invece, è lo stilista che ha fondato a Milano il brand Off-White. Chiamato da Nike a rivisitare 10 suoi modelli iconici, ha detto che per lui «le sneaker hanno rotto le barriere tra “tecnica” e “stile” e, per questo, hanno la stessa importanza della Monna Lisa o del David di Michelangelo». Tra questi due esempi si situa la prorompente, strutturale e inarrestabile ascesa di quella che una volta era “la sportiva” e oggi si chiama “sneaker”. Una scarpa dal potere fenomenale, che oggi qualsiasi calzaturificio deve mettere in collezione. Le fa pure Laboutin, mentre i designer che le resistono si contano sulla dita di una mano. Secondo Allied Market Research la sneaker crescerà a una media del 2,1% annuo fino al 2022, partendo da un giro d’affari (2016) di 49,3 miliardi di euro. Qualcuno però inizia a insinuare il dubbio: e se la fashion sneaker finisse per cannibalizzare quella tecnica, da cui è nata?

TRASPARENZA
In primavera il gruppo danese ECCO ruba le prime pagine presentando al mercato Apparition. Cos’è? Una pelle bovina conciata con un metodo innovativo che le permette di essere al contempo trasparente e utile ai fini industriali. La storia della concia è costellata di tentativi simili: gli annali di questa rivista riportano un esperimento condotto in Francia nel 1894 per il “cuoio trasparente”, così come l’ex titolare di Eurokimica, ancora dalle nostre pagine, ha raccontato come nel 2002 abbia brevettato un metodo per conciare pelli trasparenti acquistato poi per un biennio dalla conceria Albatros. Il limite della pelle trasparente è sempre stata la sua scarsa applicabilità al prodotto finito. ECCO giura di aver risolto il problema, ma (in attesa del riscontro commerciale) la sua iniziativa testimonia l’assillo benevolo verso l’obiettivo, quella che abbiamo chiamato «la pelle filosofale». La trasparenza è una priorità della pelle, in tutti i sensi. Soprattutto in quello di cristallinità su processi e prodotti. Sostenibilità, impatto ambientale e impatto sociale: sono concetti che la filiera italiana mette in pratica, con uno sforzo continuo verso il proprio miglioramento. L’esatto opposto di quei brand e di quei produttori di materiali, aggressivi e scorretti, che si limitano alle parole: predicano bene, ma razzolano male.

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