“Ci mancavano le Jurassic Bag”, scrivevamo esattamente un anno fa. E adesso, a distanza di quell’anno, ecco la borsa in T-Rex. Era solo questione di tempo prima che qualcuno decidesse di riesumare un dinosauro per farne un accessorio. Non un esperimento, e nemmeno un clone: una borsa, verde acqua per giunta. E così il T‑Rex, che un tempo dominava la catena alimentare, oggi finisce esposto in una teca come un trofeo all’Art Zoo Museum di Amsterdam. Tutto per dimostrare che la pelle coltivata in laboratorio può essere più iconica del solito. O almeno così vuole il marketing.
Ecco la borsa in T-Rex
Come scrive Reuters, VML, The Organoid Company e Lab-Grown Leather hanno presentato una borsa “in pelle di T‑Rex” ottenuta, sostengono, partendo da minuscoli frammenti proteici estratti da fossili americani. Questi frammenti, inseriti in cellule di un animale non identificato, avrebbero permesso di produrre collagene bioingegnerizzato poi trasformato in cuoio. Un processo che, nelle intenzioni, dovrebbe replicare la struttura della pelle tradizionale. Che è esattamente ciò che avevamo già scritto: se copi la pelle, stai copiando la pelle. Non stai reinventando nulla, stai solo aggiungendo un dinosauro al comunicato stampa. Il tutto condito da un’estetica “cruelty free” che funziona benissimo nel marketing, un po’ meno nella logica.
Pseudo-pelle
La comunità scientifica, tra l’altro, sembra piuttosto divisa. Gli scienziati coinvolti parlano di “upgrade tecnologico”, di materiale ad alte prestazioni, di tattilità premium. I paleontologi, invece, non sono altrettanto entusiasti. Il collagene nei fossili sopravvive solo in forma di frammenti degradati, e soprattutto non proviene dalla pelle. Tradotto: chiamarla “pelle di T‑Rex” è un esercizio di branding più che di biologia. E allora perché farlo? Perché funziona. Perché una borsa esposta sotto un T‑Rex in un museo di Amsterdam, con base d’asta da mezzo milione di dollari (sì, verrà venduta) è una macchina perfetta per generare attenzione. Ma al netto dell’effetto wow, a che serve tutto questo? Più che resuscitare i dinosauri, dovremmo forse ricordarci che “bioingegnerizzare” non significa automaticamente migliorare. E che certe icone del passato meritano di restare tali e non di diventare un accessorio da passerella.
Foto dal profilo Instagram dell’Art Zoo Museum
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