La Turchia non molla e aumenta il dazio sull’export di wet blue. L’area pelle locale (forse) non ci sta

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Partiamo dalla fine: questa volta conciatori e commercianti di pelle turchi pare abbiano vistosamente sgranato gli occhi, lamentandosi e chiedendo al governo di “imporre misure meno punitive”. Reazione pressoché obbligata alla notizia che Ankara ha deciso di rendere ancor più oneroso il dazio imposto lo scorso agosto, quando deliberò una tassa di 500 dollari a tonnellata sull’export di wet blue bovino e del 40% sul valore di vendita del semilavorato ovicaprino. La manovra protezionista è stata inasprita: ulteriori 20 centesimi di dollaro a piede quadro per il wb ovicaprino e un extra di 50 centesimi di dollaro al chilogrammo per la materia prima salata bovina. A niente, quindi, è servito (almeno per ora…) l’impegno promesso lo scorso ottobre ai conciatori europei dal MAAC (Market Access Advisory Committee) della Commissione Europea. Dall’inasprimento dovrebbero essere escluse le croste, che nel precedente decreto, per un errore burocratico, erano state inserite in quello che, a tutti gli effetti, risulta essere un blocco delle esportazioni.

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