Nuti (UNIC): “Questa è la nostra nuova sfida e dobbiamo vincerla”

Nuti (UNIC): “Questa è la nostra nuova sfida e dobbiamo vincerla”

Un anno che potrebbe, finalmente, rivelarsi “meno peggio” dei precedenti. Una clientela che, giocoforza, deve riscrivere le regole del proprio rapporto con i consumatori. Un’industria, quello della conceria italiana, la cui “indiscussa leadership globale” ora deve affrontare una nuova sfida. Fondamentale per garantirle la certezza di questo primato. Determinante per come potrebbe innescare un upgrading strutturale, operativo e di governance. A spiegarci tutto questo è il presidente di UNIC – Concerie Italiane, Fabrizio Nuti, che nelle prossime ore aprirà lo stand del suo gruppo conciario (Nuti Ivo) a Lineapelle (Fiera Milano Rho, 11-13 febbraio). “Un’edizione particolare – ci dice – dovuta alla concomitanza penalizzante con le Olimpiadi invernali. Credo comunque che ci sarà affluenza, ma con tempi di permanenza differenti, più brevi rispetto al passato. Vedremo”.

La situazione congiunturale

 Che anno sarà, il 2026, per la conceria italiana?

Non dico che il peggio sia passato, ma la situazione è leggermente migliorata. Siamo sempre in negativo, ma meno rispetto a ottobre, novembre e dicembre 2025, dove abbiamo affrontato un’altra importante frenata. Nelle ultime settimane mi sembra di osservare, un leggero rimbalzo dalla Cina agli Stati Uniti e all’Europa. Ovvio che poi, quando si va a vedere i numeri, sono numeri che rimangono pesantemente negativi.

Qual è la causa di minore negatività?

I brand stanno iniziando, o almeno sembra, a mettere mano alla situazione per provare a risolvere questa crisi: la peggiore che stiamo affrontando da tanto. Una crisi che magari avrà anche una componente congiunturale, ma soprattutto ha coinvolto in modo strutturale la parte più emozionale del consumo di beni moda e di lusso. Senza dimenticare le inchieste e – non ultimo – l’effettivo valore del prodotto. Questi, secondo me, sono i fattori che hanno fatto perdere fiducia al consumatore.

Come la si può riconquistare?

È la cosa più difficile. Se prendo un prodotto che costava 100, lo porto a 200 e il materiale usato non ne segue una conseguente dinamica di valorizzazione, alla lunga il meccanismo si inceppa. Anche se non sta scritto da nessuna parte, io sono convinto che il consumatore, preso singolarmente, non sappia o capisca quasi nulla del prodotto. Ma – per un meccanismo virtuoso – la massa dei consumatori capisce la verità e prende sempre la decisione giusta. Sceglie i prodotti validi, più corretti, le aziende migliori. Se non lo fa nell’immediato, prima o poi ci arriva e il calo di fiducia che ne deriva non è fluttuante come le crisi congiunturali. Le novità con cui le griffe stanno uscendo in questo periodo mi sembrano un chiaro segnale di voler risolvere questa problematica, dimostrando che ogni prodotto vale il suo prezzo di vendita.

 

 

La nostra nuova sfida

Quanto questa situazione si rivela sfidante la conceria italiana?

Al di là della contrazione produttiva, il vero punto cardine sono e saranno le compliance. Health, safety, social, c’è da aspettarsi che le concerie saranno bombardate da nuove richieste di audit. Per superarli dovranno investire: sono costi fissi, che cambiano poco in base alla dimensione di un’azienda che, se non è sufficiente per sopportarli, finisce per avere problemi.

Quindi?

Bisogna nuovamente cambiare passo, e questo vale per la conceria e – forse in maggior modo – per i terzisti che, in particolare in Toscana sono per tradizione piccole aziende. C’è necessità che si aggreghino per avere una visione più ampia e maggior peso specifico. Si innescherà un duplice meccanismo: selezione e upgrading strutturale, organizzativo, con un processo di internalizzazione di fasi che in precedenza erano date all’esterno.

È un viaggio di sola andata?

Sì: la strada è segnata. Bisogna tenere in mente che ci sarà un cambiamento in questa direzione e agire di conseguenza. Anche in termini di ulteriori aggregazioni nel settore conciario perché serve una dimensione che permetta di affrontare tutto ciò. Siamo – per distacco – diventati il Paese con la conceria più sostenibile al mondo grazie alla lungimiranza del passato. Ora bisogna diventare i primi anche nella compliance tout court. Non so come trovare in questo momento una soluzione, ma dobbiamo lavorare per riuscirci.

Ricapitolando?

Primo: la strada è tracciata. Secondo: dobbiamo percorrerla. Terzo: dobbiamo trovare i modi per raggiungere questi obiettivi. Quarto: dobbiamo diventare i numeri 1 anche qui.

L’EUDR

L’altro fronte di criticità di questi mesi è l’EUDR: come valuta le ultime novità?

Le semplificazioni procedurali del Regolamento decise lo scorso novembre faciliteranno parzialmente le filiere europee. ma non avranno alcun effetto positivo sulle pelli grezze extra-UE immesse sul mercato europeo. Il quale continua a essere gravato da requisiti di geolocalizzazione assurdi e eccessivamente stringenti. L’EUDR è stato di fatto trasformato in una mera barriera all’ingresso nel mercato europeo. Questo rappresenta un problema molto serio per la nostra industria, che si approvvigiona per oltre il 40% da Paesi extra-UE. Il Governo italiano ha compreso quanto sia assurda questa situazione e sta combattendo politicamente al nostro fianco. Lo stesso è avvenuto con i rappresentanti italiani nel Parlamento europeo, ma abbiamo bisogno di un sostegno più ampio, anche da parte dei partner extra-UE. La sfida è difficile, ma non ci arrenderemo.”

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