Bangladesh, uno studio punta il dito contro le concerie: il 61% dei lavoratori ha problemi di salute

Il 61% dei lavoratori delle concerie bengalesi soffre di problemi di salute o è stato vittima di incidenti sul lavoro. A dirlo è uno studio eseguito dalla Fondazione per Sicurezza, Salute e Ambiente del Bangladesh (OHSE) sulle aziende dell’area di Dacca, la capitale del Paese, dalla quale emerge che il 26,6% dei lavoratori lamenta mal di testa, il 18,8% ustioni sulla pelle, il 15,6% ha dolori alle mani e alle gambe, il 14,1% soffre di allergie e infine il 10,1% ha problemi alle articolazioni delle ginocchia e alla schiena. Il rapporto, intitolato “Studio di base sulla sicurezza e l’occupazione nella catena di fornitura del cuoio del Bangladesh“, è stato condotto sui dipendenti di 16 concerie, 2 pelletterie e 2 calzaturifici e, per mancanza di dati, non tiene in considerazione patologie non trasmissibili. Sempre secondo lo studio, il 93% dei lavoratori intervistati non ha mai ricevuto alcun tipo di informazione, inoltre il 32,7% lavora in un luogo con illuminazione non adeguata, il 22,1% è esposto a gas chimici, il 21% ad altri tipi di inquinamento, il 19% è a diretto contatto con sostanze chimiche e un altro 17,3% lamenta di operare in presenza di rumori forti, sistemi di ventilazione impropri, al caldo e senza dispositivi di protezione. I dati sono stati diffusi nel bel mezzo di un’aspra polemica scoppiata intorno alle carenze strutturali del nuovo distretto conciario di Savar. Lo scorso ottobre, infatti, un operaio ha perso la vita per la mancanza di cure immediate: l’uomo, Hashem Ali di 35 anni, era stato travolto dall’acido fuoriuscito accidentalmente da un barile, ma l’ospedale più vicino al distretto si trova a 20 chilometri di distanza. I soccorsi sono rimasti bloccati nel caotico traffico cittadino per 4 ore e quando sono giunti sul luogo dell’incidente purtroppo per il giovane operaio era già troppo tardi. “Non sapevamo cosa fare nei momenti subito successivi all’incidente” ha spiegato ai media locali Milon Hossain, collega di Ali. “Non avevamo medicine e non c’erano medici vicino – aggiunge -. Abbiamo provato a gettare dell’acqua, ma non è servito a nulla”.

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