Caporalato e bancarotta in pelletteria, 2 arresti a Campi Bisenzio

Caporalato e bancarotta in pelletteria, 2 arresti a Campi Bisenzio

Caporalato e bancarotta. Ma anche frode fiscale e sottrazione di redditi alle imposte. Nonché raccolta e smaltimento illecito di rifiuti speciali. Agli arresti in esecuzione di una misura di custodia cautelare in carcere sono finiti due imprenditori cinesi, cui è riconducibile una pelletteria di Campi Bisenzio. Nell’ambito della stessa operazione, denominata Panamera, la Procura di Firenze ha sequestrato beni per mezzo milione di euro e sottoposto a divieto di dimora altri due cinesi, familiari degli arrestati. Ha condotto le indagini la Guardia di Finanza.

Caporalato e bancarotta

Turni di 14 ore al giorno, con una retribuzione media di poco superiore ai 3 euro l’ora. Lavoratori stranieri, per lo più cinesi, pakistani e bengalesi, trasportati nei capannoni di Campi Bisenzio. Niente pause, pasti di fortuna preparati in loco in cucine alimentate da bombole a gas. È lo scenario emerso nel corso delle indagini, riporta ANSA. I lavoratori erano tenuti in “uno stato di soggezione e sfruttamento – recita l’ordinanza – con macroscopiche violazioni degli orari massimi di lavoro e dell’assenza di riposi”. In alcuni casi si imponevano turni notturni per rispettare le consegne. Ma non c’è solo questo. Secondo l’accusa la coppia di imprenditori avrebbe commesso violazioni “a tutto tondo“. L’impresa risultava organizzata “ad esclusivo fine di massimizzazione del profitto in spregio di ogni norma di legge vigente – riporta ancora ANSA –, con totale evasione di imposta, evasione contributiva ed utilizzazione di prestanome”.

 

 

Lo schema delle forniture

Le indagini delle Fiamme Gialle hanno individuato una società di Roma con un’unità locale a Calenzano (Firenze). Era questa a subappaltare le proprie lavorazioni conto terzi a una società gestita dalla coppia di cinesi ora agli arresti. A loro volta, i due imprenditori affidavano le lavorazioni a ditte individuali, di breve durata operativa, riconducibili ancora a loro. Queste, spiegano gli inquirenti, erano di volta in volta svuotate per non pagare le imposte. Le società fondate in loro sostituzione operavano negli stessi luoghi e con gli stessi macchinari e forza lavoro. La società di capitali e le numerose ditte individuali tra il 2013 e il 2019 avrebbero maturato circa 589.000 euro di debiti erariali iscritti ed evaso imposte per 522.883 euro. Le indagini finanziarie hanno fatto emergere prelevamenti e bonifici per circa 1,2 milioni di euro.

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