La ricetta dei Cavalieri del Lavoro per il Sud per crescere (come già fa) al passo del Nord e resistere ai venti di crisi

Abituati a sentir parlare di svantaggio competitivo per le imprese del Sud, la premessa può suonare sorprendente. Eppure, alla crisi economica degli anni ’10 la manifattura meridionale ha reagito come quella del Centro Nord, trovandosi, quindi, ad agganciare la mini-crescita del 2014-2017 alla pari. “Nel triennio di lenta ripresa, dove l’economia italiana nel suo complesso è cresciuta meno della media europea, il Sud ha tenuto il passo del Paese, e non era scontato”, ha commentato Luca Bianchi, direttore dello Svimez, a margine della presentazione del report “La Solitudine dei Numeri Primi” tenuta a Matera lo scorso 30 marzo nell’ambito del workshop “Conoscere per Competere” organizzato dalla Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro in collaborazione con il Gruppo del Mezzogiorno. Il titolo del report (di cui vi parleremo diffusamente sul n. 5 de La Conceria) rappresenta la dinamica che ha investito il tessuto manifatturiero: poche imprese, capaci di innovarsi, puntare al segmento alto e posizionarsi sul mercato internazionale, sono riuscite non solo – banalmente – a sopravvivere, ma a diventare eccellenza. “Ciò in un contesto di polarizzazione – aggiunge Bianchi – dove alle performance positive del settore privato ha fatto da contraltare il peggioramento dei servizi erogati dal pubblico: negli stessi anni si sono visti il crollo degli investimenti e il peggioramento dei tempi di attuazione delle opere infrastrutturali”.
E ora?
Bene, ma non benissimo. Perché è vero che Svimez fotografa un’industria meridionale dove la redditività degli investimenti è cresciuta, ma rappresenta anche un tessuto dove il numero degli attori è diminuito. Ora che l’economia italiana risulta avviata a un nuovo ciclo recessivo, è necessario uno sforzo in più del settore privato: “C’è un gruppo di imprese che sta vincendo la competizione internazionale – conclude Bianchi –, ma che non fa sistema, quindi non crea un contesto di sviluppo più ampio. Il terreno comune per la fertilizzazione del territorio è lo scambio delle conoscenze”. Ma quella della formazione, di base, specializzata o alta, è una sfida che riguarda anche (e soprattutto) il settore pubblico. Ne sono certi i relatori del workshop materano, come Patrizio Bianchi, ordinario di Economia Applicata presso l’Università di Ferrara e assessore nella giunta che governa l’Emilia-Romagna: “Abbiamo la scuola in cima alle nostre priorità – racconta –, mentre la circostanza che io raccolga da solo le deleghe per Formazione, Scuola, Ricerca, Università e Lavoro testimonia quanto siano per noi collegati gli ambiti”.
Il punto dei Cavalieri del Lavoro
“Siamo qui perché abbiamo una visione, come imprenditori sappiamo che l’Italia ha la forza per competere con il mondo e crediamo che si possano elaborare modelli per continuare a scrivere il futuro – è la posizione espressa dal numero uno dei Cavalieri del Lavoro, Antonio D’Amato –. Ma, per farlo, occorre un progetto credibile, serve tornare a investire su stessi puntando su formazione e riforme che liberino il potenziale produttivo del Paese”. L’ex presidente di Confindustria non ha lesinato critiche all’Esecutivo e al titolare del MIBAC, Alberto Bonisoli, presente all’evento materano. “Noi dobbiamo ragionare sulla competitività del sistema paese, l’Italia sconta un 20 per cento di price positioning per la sua scarsa credibilità – ha tuonato D’Amato –. Questo ha effetti concretissimi. Il made in France vale di più, così come in altri settori conta e costa di più il made in Germany e in Swiss”.

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