Quel pasticciaccio brutto dei dazi: la pelle USA chiede a Trump di fermarsi, ma lui sposta la battaglia sull’automotive

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L’associazione statunitense dei trader di pelle, USHSLA, si è unita alla missiva che 50 rappresentanze industriali hanno indirizzato a Washington. Il senso della lettera, o meglio dell’appello, è chiaro: la china presa dal governo Trump in tema di politiche commerciali, si legge su Leatherbiz, non piace affatto. Perché? Le omologhe misure protezioniste che i partner degli States applicano o paventano danneggiano a 360 gradi l’export USA. The Donald (nella foto), però, non ha nessuna intenzione di tornare sui propri passi, anzi, sposta la battaglia sull’automotive. Ad Harley Davidson, che potrebbe portare all’estero parte della produzione per non perdere il mercato europeo, risponde con la minaccia di supertasse da pagare in patria. E a Bruxelles, che ha varato un proprio contro-pacchetto di imposte, paventa dazi sull’import delle 4 ruote. Lo scenario in Europa, intanto, non è più sereno. In Italia il ministro del Lavoro e vicepremier Luigi Di Maio, intervenendo all’Assemblea di Confartigianato, dice che il sistema protezionistico dei dazi è un’ipotesi da studiare “senza tabù” anche per l’Italia. In Inghilterra, intanto, scoppia la grana Mini. BMW comunica dalle colonne del Ft che, se dal processo di Brexit dovesse uscire una Londra isolata dal contesto economico internazionale, è intenzionata a spostare la produzione della city car in altri lidi. I 4 impianti britannici del gruppo tedesco (che producono anche Rolls Royce) danno lavoto a 7.000 addetti.

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