La pelle come soglia: Martina Zanin esplora potere e intimità 

La pelle come soglia: Martina Zanin esplora potere e intimità 

Controllo, tensione, contrasto. Tutto questo è la nuova mostra di Martina Zanin, “Every Caress, A Blow” in corso alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma fino al 18 aprile. Un nuovo viaggio, profondo, viscerale. Zanin attraversa la pelle come un territorio emotivo, un luogo in cui il desiderio sfiora la ferita e la cura confina con il controllo mentre falchi, guanti, tane e corpi costruiscono una mappa intima del potere in cui ogni gesto diventa richiamo, rischio e promessa di trasformazione. Le opere, disposte in quattro sale, aprono varchi, indagano la pelle come soglia, chiedendo allo spettatore di misurarsi con ciò che lo tocca più da vicino.

La pelle come soglia

Il percorso espositivo si apre con una serie di immagini che funzionano come preludio: frammenti di gesti, animali, dettagli di corpi e visioni idilliache che sembrano emergere da un ricordo condiviso. In “Please, don’t ever come down” la fotografia diventa un linguaggio di allusioni, un montaggio di indizi che orienta lo sguardo verso ciò che verrà. Il falco, figura centrale e magnetica, incarna una bellezza spaventosa: è predatore e simbolo, minaccia e desiderio. La sua presenza dialoga con quella del coniglio, fragile e inerme, evocando una dinamica antica che appartiene tanto alla natura quanto alle relazioni umane. L’attrazione verso ciò che può ferire è una tensione che Zanin non nasconde, anzi amplifica. Nella seconda sala, i guanti da falconiere in pelle diventano sculture. Oggetti di protezione che diventano dispositivi ambigui. La pelle scura, spessa, conserva un erotismo trattenuto, un potere che si esercita attraverso la ripetizione.

 

 

Entrare nel corpo

La terza sala ospita “A Predator is a Predator is a Predator…”, una sequenza bronzea di artigli che congela un attacco in un loop senza tregua. Le forme sembrano generarsi l’una dall’altra, come se il gesto del predatore fosse destinato a ripetersi all’infinito. È un’immagine che richiama la riflessione sul potere come forza che non si possiede, ma che si esercita e basta. Poi, la mostra rallenta. “AMBIENTI. TANE – Rabbit Hole” introduce una dimensione più intima. Una struttura metallica sostiene un modulo abitativo in pelle, una tana verticale che accoglie un solo corpo. È un rifugio e una trappola, un bozzolo e un confine, un luogo in cui il visitatore può entrare per misurare la distanza tra protezione e prigionia. Per sentire l’odore. Entrarci significa confrontarsi con la propria vulnerabilità, con ciò che tratteniamo e con ciò che ci trattiene. Si esce con un dubbio che non si scioglie: abbiamo trovato un riparo o abbiamo riconosciuto la forma della nostra gabbia?

Leggi anche:

CONTENUTI PREMIUM

Scegli uno dei nostri piani di abbonamento

Vuoi ricevere la nostra newsletter?
iscriviti adesso
×