L’industria cinese della pelle sta attraversando la fase più complessa degli ultimi anni, con un rallentamento che riflette tensioni economiche più profonde. Il calo del fatturato delle concerie, insieme alla contrazione di import ed export, descrive un settore che fatica a ritrovare equilibrio. Parallelamente, il mercato del lusso cinese, pur restando centrale a livello globale, vive una trasformazione strutturale nei comportamenti dei consumatori. Giovani più prudenti, famiglie meno ricche sulla carta e marchi occidentali costretti a ripensare strategie e posizionamento. In questo scenario, la Cina non smette di essere decisiva, ma la pelle in crisi e il lusso in riassetto impongono una riflessione.
La pelle in crisi
Come scrive Leather News, da gennaio a novembre 2025 il fatturato delle principali concerie cinesi è sceso del 9,3%, attestandosi a circa 6,7 miliardi di dollari. L’intera filiera della pelle, dalle calzature all’abbigliamento, ha registrato un calo dell’export del 10,5%, mentre le importazioni sono diminuite dell’11%. La contrazione riguarda tutte le tipologie di materiali: pelli grezze (-4,6% in volume), semilavorati (-5,7%) e finite (-15,6%). Un rallentamento non sembra solo un episodio, ma racconta di un contesto macroeconomico segnato dalla crisi immobiliare, dalla riduzione dei redditi disponibili e da una maggiore propensione al risparmio. La Cina, per la prima volta dopo decenni di crescita ininterrotta, affronta una domanda interna più fragile e meno prevedibile.
Un lusso che cambia
Intanto, come sottolineano da Bernstein, il lusso cinese si sta velocemente trasformando. I giovani, un tempo motore dell’acquisto impulsivo, oggi cercano alternative più accessibili e stili di vita meno costosi. Al contrario, i consumatori più maturi, meno colpiti dalla crisi immobiliare, continuano a spendere, sostenuti anche dal recupero dei mercati finanziari. Questa polarizzazione alimenta una competizione feroce: i marchi “must have” consolidano il vantaggio, mentre chi non innova rischia di perdere terreno. Crescono i brand cinesi e asiatici, più agili nei costi e più vicini ai nuovi codici estetici locali. Per i gruppi occidentali, rinunciare alla Cina significherebbe quindi ritrovarsi presto a difendere il proprio mercato domestico da concorrenti sempre più forti. La ripresa dei consumi discrezionali nel secondo semestre 2025 suggerirebbe un lento ritorno alla normalità, ma il futuro del lusso globale resta legato anche alla capacità della Cina di riaccendere la propria domanda interna.
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