Brasile: “Basta! Toglietelo subito”. I macellatori contro il 9% su grezzo e wet blue: “Ne va della qualità delle pelli”

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Era il 2000 e il Brasile piantava la sua bandiera tra quelle dei Paesi che avevano deciso di proteggere (e proteggono anche oggi) l’export della loro materia prima. Risultato: imposizione di una tassa del 9% sulle vendite all’estero di grezzo e wet blue. Volevano fare in modo che le concerie locali (loro la spinta lobbystica sul governo per ottenere la tassa) potenziassero il proprio impegno produttivo sul finito e sostenessero lo sviluppo della manifattura nazionale (calzatura, in particolare). Per un periodo transitorio il dazio scese al 7%. In altri momenti qualcuno ipotizzò di portarlo al 22%. Sull’argomento entrano a gamba tesa i macellatori brasiliani rappresentati da Abrafrigo, la loro associazione di categoria. Il presidente Péricles Salazar, infatti, ha dichiarato che “il dazio non è più giustiticabile, soprattutto perché ostacola il miglioramento qualitativo delle pelli domestiche”. Secondo Salazar, il dazio non è servito e non serve a sostenere l’export della calzatura brasiliana, che in 15 anni ha perso i due terzi dei suoi volumi: “È necessario eliminare immediatamente questa tassa in modo che ci sia una migliore remunerazione per chi detiene le pelli e così generare incentivi per gli allevatori nel migliorare la qualità di questo importante sottoprodotto bovino”. Abrafrigo ha dichiarato di aver chiesto a CAMEX (Brazil’s Foreign Trade Chamber) di avviare l’iter di abolizione del dazio “in modo da rafforzare il business degli allevatori bovini e garantire benefici ai macellatori di piccole e medie dimensioni”.

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