La carne veg cerca un piano B, quella in vitro non trova manco l’A

La carne veg cerca un piano B, quella in vitro non trova manco l’A

Che quella della carne veg è una rivoluzione finita ancora prima di cominciare è un verdetto ormai acquisito. Il mercato di segnali ne ha dati tanti, così come sono state numerose le chiusure. Ormai siamo al punto che, fallito l’assalto (o presunto tale) all’industria zootecnica, le aziende ancora in attività cercano un piano B (che, però, non preveda di incrociare i guantoni con la vera carne). Se l’alternativa veg ha compiuto, intanto la sua parabola, si attende di capire quali sono le prospettive della carne in vitro: sulla carta, non le migliori.

La carne veg cerca un piano B

La sconfitta all’Europarlamento sul piano della terminologia commerciale. Le tante startup a rischio insolvenza e chiusura. I disinvestimenti della grandi holding che, fiutata l’aria, hanno abbandonato la barca che affonda. L’ultimo segnale delle difficoltà del settore arriva da Beyond Meat, cioè una delle aziende più in vista. Oberata di debiti e querelata dagli azionisti per aver celato la necessità di una svalutazione degli asset tradottasi un crollo del 60% del titolo, Beyond Meat prova il colpo di coda per rimanere a galla. E lo fa, si badi bene, a debita distanza dal mercato della carne: l’ultima iniziativa è il lancio di un’etichetta di bibite proteiche. Agli osservatori non sfugge il punto sostanziale: il mercato delle alternative vegetali alla carne “non ha mai raggiunti i livelli di cui i suoi sostenitori parlavano fino a qualche anno fa”. Finita la rivoluzione, comincia la sopravvivenza.

 

 

Quella in vitro il piano A

Siamo ancora fermi ai livelli speculativi, perché la cosiddetta “carne in vitro” sul mercato ancora non è arrivata. Però se ne parla tanto, anche al recente World Economic Forum di Davos, e sempre negli stessi toni: come dell’arma segreta per risolvere tutti i problemi della zootecnia. Se queste sono le premesse, non sappiamo come può andare a finire (se non male). Perché intanto Giuseppe Pulina, ordinario di Etica e sostenibilità degli allevamenti all’Università di Sassari, con BioEcoGeo mette ordine nel dibattito sulla differenza di impatto ambientale degli allevamenti (che esistono e sono misurabili) e di una industria ancora da creare. Già a partire dalle premesse la faccenda è più complicata di come la presentano gli entusiasti della carne in vitro. Una fattoria è un sistema rigenerativo, dove il bestiame trasforma risorse per crearne altre, mentre l’alternativa “è un processo industriale chiuso”. Quando il discorso passa al calcolo di altri fattori, come le emissioni, casca l’asino del marketing dei bioreattori: “I modelli che la descrivono la carne artificiale come soluzione climatica si basano su ipotesi irrealistiche: considerando l’intera filiera, risulta oggi più energivora e più emissiva di quella naturale”.

Foto Shutterstock

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