Trade war USA-Messico, dai negoziati (debole) ottimismo, ma la carne trema

Il primo round negoziale a Washington tra le delegazioni dei governi statunitense e messicano non ha portato a un deal. CNBC spiega che dal meeting non c’era da attendersi di più, perché va interpretato più come “un punto di partenza che di arrivo”. Mentre le trattative proseguono, il tempo scorre e l’escalation daziaria minacciata dalla Casa Bianca rischia di scatenarsi. Il presidente Donald Trump dal suo account Twitter scrive che “si sono fatti passi avanti, ma non a sufficienza”. Se non si arriva presto a un’intesa, lunedì sarà posto il primo balzello al 5% sulle importazioni dal Messico: “Più alti saranno i dazi, maggiore sarà il numero di imprese che tornerà negli Stati Uniti”, cinguetta l’inquilino della Casa Bianca.
I problemi della carne
L’analisi del rapporto costi-benefici per gli States della guerra commerciale con i vicini latinoamericani pare, però, più complessa. Le industrie dell’auto e della calzatura hanno già fatto sapere la propria contrarietà. Il senatore repubblicano John Kennedy, leader di quell’ala del partito di cui lo stesso Trump è espressione che osteggia l’ipotesi trade war, spiega a Newsweek di temere “un impatto autodistruttivo sull’economia statunitense più forte di qualsiasi effetto deterrente sui messicani”. Anche l’industria zootecnica a stelle e strisce è sulla graticola. Un’indagine di Reuters registra grossa preoccupazione: gli States importano ogni anno oltre un milione di bovini vivi dal Messico. Nel 2018 sono stati, per la precisione, 1,3: il miglior risultato, secondo i dati del Livestock Marketing Information Center, dal 2012. Il graduale irrigidimento della frontiera per gli allevatori USA, costretti a comprare a prezzo più caro bovini di altra origine, sarebbe un problema.

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