1932-2026: tutte le infinite vie di Valentino

1932-2026: tutte le infinite vie di Valentino

Per raccontare la vita di Valentino Garavani ci vorrebbero almeno tre libri, uno per ogni metamorfosi. Perché sì, la storia del couturier scomparso ieri all’età di 93 anni è una di quelle ricche di intrecci, di legami, di ossessiva ricerca della forma ultima (massima di bellezza). Pochi passano alla storia con il nome assegnatogli alla nascita. Valentino è uno di quelli. Nato a Voghera, dove pare abbia sviluppato la passione per il disegno, Valentino è stato l’esempio perfetto della seconda generazione della moda. Prima a Firenze, poi a Milano. Un viaggio con destinazione Parigi, per imparare a costruire un abito. Partendo da Roma, città d’adozione che lo aveva accolto. Non a caso era definito l’Imperatore della moda. Rivoluzionario e conservatore allo stesso tempo. Ecco perché ripercorrere tutte le infinite vie di Valentino è impossibile.

Le infinite vie di Valentino

È proprio a Roma che fonda la sua maison nel 1959, ma è a Voghera, in provincia di Pavia che nasce la passione per la moda. Da bambino sembra portato per il disegno. Studia a Milano e nel 1949 vola a Parigi. Decide di iscriversi all’École des Beaux-Arts alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne. E già questo ci restituisce la misura di un’ambizione senza eguali: un italiano alla corte di Francia. A Parigi Valentino scopre come trasformare un pezzo di stoffa nella più alta risposta alle brutture. Torna a Roma e conosce Giancarlo Giammetti, che diventerà il socio e braccio destro, oltre ad essere stato compagno di vita per dieci anni. Nel 1962 presenta nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, all’epoca vetrina primaria della moda. Ma la prima vera collezione risale al 1967, quando con una pletora di abiti bianchi colpisce la stampa internazionale. Valentino è già Valentino, ma serve una consacrazione. Che arriva grazie a Jackie Kennedy. La first lady americana indossa un vestito per il funerale del marito e poi per il secondo matrimonio. E così inizia una storia durata fino al 2007, quando Valentino annuncia il ritiro dalle scene dopo 45 anni di successi. Per farlo, sceglie di chiudere con una sfilata di haute couture a Roma. L’ultimo abito è rosso: come il colore che lo ha consacrato alla storia.

 

 

La nascita 

Quel rosso che aveva scelto quasi per elezione. All’Opera di Barcellona. In mezzo a una moltitudine di scuri, Valentino nota una signora in rosso. Non riesce più a toglierselo dalla testa. Il resto lo conosciamo. Inutile citare tutte le donne che ha vestito, da Sophia Loren a Julia Roberts. Negli annali della moda nessuno conta così tante star, socialite, principesse, dive. Il suo rimane un archivio vivente di gesti, proporzioni, silenzi. La prova che un abito può contenere un’idea, che la couture può diventare un linguaggio più alto, più esigente, più vicino alla trascendenza che al consumo. A Roma, la gerarchia era semplice: il Papa, e poi lui. Una figura quasi liturgica, circondata da devozione. Perché Valentino non si è mai limitato a creare vestiti: ha imposto una visione assoluta, non negoziabile. Ha dimostrato che la moda può essere disciplina e insieme opposizione, che un colore può diventare destino, che la perfezione non è mania ma un atto di cura verso chi abita quell’abito.

Gli ultimi anni

E poi la fine dell’Impero. Perché nel 2008 sceglie di ritirarsi. Sono cambiati i tempi ed è giusto passare il testimone. A Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, già responsabili degli accessori. Sono loro che creano l’iconica Rockstud, la scarpa col tacco basso in pelle e impreziosita da borchie. Ancora una volta, rigore e rivoluzione. Con Valentino scompare l’ultimo fondatore di un regno costruito dal nulla. Senza successori, perché certi titoli non si ereditano. Si estinguono e basta.

Foto Fondazione Garavani-Giammetti

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