Vanity Fair sfida il tabù del veganismo. In primo piano la verità: non è né salutare, né sostenibile

“C’è stato un momento in cui la dieta senza carne era considerata un abominio. Negli anni Novanta essere vegetariani voleva dire lasagne di lenticchie e ciabattoni di plastica. Poi, negli anni Dieci del 2000, è cresciuto molto l’interesse per il veganismo, una forma di vegetarianismo più rigida. E oggi essere vegani è diventato super cool”. È molto efficace il modo in cui Katie Glass, columnist del The Sunday Times, dipinge per il n. 3/2019 di Vanity Fair (edizione italiana) la rapida e inarrestabile ascesa del pensiero veg, passato in pochi anni dall’essere percepito come una stramberia all’affermazione come fenomeno di massa. Fenomeno di massa che coinvolge trasversalmente stile di vita, alimentazione, abbigliamento: non sempre in maniera coerente. Alle inaugurazioni dei ristoranti vegani di Londra, è la sua testimonianza, è possibile vedere “fashion blogger posare davanti ai fotografi con una borsetta di pelle firmata Chanel: le cose mi sono apparse un po’ confuse”.
Forma e sostanza
Nel pezzo di Glass per Vanity Fair (lo trovate anche online) ci sono molti spunti interessanti. L’autrice salta dalle incongruenze di uno stile di vita che si presenta come salutista, ma favorisce squilibri nutrizionali (e offre un paravento socialmente accettabile per chi soffre di disturbi alimentari); che si promuove come sostenibile e rispettoso dell’ambiente, ma condiziona negativamente le supply chain del food e della moda. “È facile cadere nella trappola del comprare qualcosa di teoricamente vegano, ma che è in realtà incredibilmente dannoso per l’ambiente e, di conseguenza, per gli animali – spiega la stilista Lucy Tammam –. Gran parte dei tessuti alternativi, tra cui raso di poliestere, pelle PU e finte pelli, sono realizzati usando petrolchimici, la cui produzione e il successivo riciclo sono devastanti per l’ambiente, oltre a comportare un altissimo dispendio energetico”.

 

 

Cambi epocali
Ma, per noi che il dibattito sui limiti e controsensi della retorica vegana lo seguiamo da vicino, la cosa più interessante sembra un’altra. Katie Glass si meraviglia, dicevamo, per come in breve tempo il pensiero veg si sia trasformata da una faccenda per freak a un movimento di massa. Ecco. Noi, guardando a Vanity Fair che dedica un ampio pezzo in Primo Piano all’analisi del veganismo, salutiamo con piacere i primi segni di risveglio critico della stampa generalista. Solo pochi anni fa, proprio per il vigore della crescita della filosofia radical green, sarebbe stato impossibile. Contrariare i veg avrebbe significato consegnarsi all’impopolarità.

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