La scarpa francese all’angolo: rimpicciolita, sommersa dall’import, senza terzismo e in cerca di pelli

Nel 2017 la Francia ha esportato calzature per 3,2 miliardi di euro: molto bene. Il problema, sottolineano gli addetti ai lavori, è che nello stesso tempo Parigi ha importato scarpe per 6,7 miliardi, col risultato che il mercato domestico è dominato da prodotti made in Italy, Spain, Portugal, Vietnam, China e chi più ne ha, più ne metta. L’intervista a Le Parisien di Claude-Eric Papin, presidente della Federazione Francese della Calzatura (FFC), se non è un vero e proprio grido d’allarme, ci assomiglia parecchio. Innanzitutto Papin lamenta le proporzioni di un tessuto manifatturiero che, per caratteristiche storiche e mosse strategiche, rimane contenuto. In tutto il Paese, escludendo le categorie speciali (come i laboratori artigianali, sottoposti a normazione diversa, e i produttori di scarpe ortopediche), sono 99 i calzaturifici con più di 8 dipendenti. Realtà “eccellenti in stile, creazione, collezione – sottolinea Papin –. Ma che producono per il marchio proprietario e non fanno, a differenza dei pellettieri, conto terzi”. Una scelta legittima, che negli anni però ha sottratto ai calzaturifici una risorsa, quella del lavoro per altri marchi, di cui ha invece approfittato la concorrenza globale. La filiera francese affronta anche un’altra criticità, sottolinea il numero uno di FFC: quella dei materiali. Il 54% del prodotto è in pelle, ma proprio la pelle pone due problemi: il primo in termini di standard di lavorazione (“Non abbiamo ancora creato mucche quadrate”), la seconda di disponibilità. La concorrenza internazionale sul materiale è forte, mentre la filiera nazionale si sta ridimensionando alla base: “La gente mangia sempre meno carne”.

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