Protezionismo, sempre peggio: la Turchia tassa il wet-blue. Export (praticamente) bloccato

Alla faccia di qualsiasi illusione liberista: la pelle, grezza e semilavorata, è tra le materie prime più penalizzate, a livello internazionale, dal protezionismo. E va sempre peggio. UNIC (Unione Nazionale Industria Conciaria) calcola che ben oltre il 50% della pelle, al mondo, è sottratta al libero commercio. Dal 16 agosto questa quota si è ulteriormente appesantita. A farlo ci pensato il governo turco, imponendo quella che sulla carta è una tassa: 500 dollari a tonnellata di wet blue bovino e del 40% sul valore di vendita del semilavorato ovicaprino. In pratica, si tratta di un vero e proprio blocco giustiicato con il solito, abusato, alibi: tenere in casa la materia prima per “incoraggiare le concerie nazionali a valorizzarla in patria”. Una manovra, si dice in Turchia, finalizzata in particolare a contrastare gli acquisti dei trader indiani, che avevano vita facile contro i concorrenti turchi. Il motivo? Pagavano e pagano in contanti, a differenze degli operatori domestici, che chiedono tempi di pagamento estremamente dilazionati. Nella foto: interni della conceria turca Akif Kopuf (foto tratta dal sito aziendale).

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