Dopo il boom, lo stallo: la dura verità sui materiali Next Gen

Dopo il boom, lo stallo: la dura verità sui materiali Next Gen

La rivoluzione dei materiali “Next Gen”, quelli nati per sostituire la pelle, sta attraversando un momento decisivo. Dopo il picco di investimenti del 2021, il settore ha rallentato bruscamente, lasciando sul campo progetti, soldi, startup e pure molte illusioni. Eppure, nonostante i fallimenti, la corsa non si è fermata e non c’è verso: innovatori, biotecnologi e piccole realtà continuano a inseguire l’obiettivo di un materiale davvero competitivo, sostenibile e scalabile. Sul mensile di febbraio La Conceria, nell’articolo “Una parabola problematica” abbiamo ricostruito casi, numeri, protagonisti e contraddizioni di un comparto che ha vissuto un’ascesa rapidissima e un’altrettanto rapida frenata. Per scoprire la dura verità sui materiali Next Gen.

La dura verità sui materiali Next Gen

Secondo il Next Generation Natural Fibers Market Reports 2026–2036, negli ultimi dieci anni sono stati investiti oltre 3 miliardi di dollari nei materiali di nuova generazione. Il 2021 è stato l’anno d’oro, con 1,1 miliardi di dollari raccolti. Poi la caduta repentina. Nel 2022 gli investimenti si sono più che dimezzati, risalendo solo leggermente nel 2023 e stabilizzandosi attorno ai 500 milioni. Il biennio 2024–2025 ha segnato il punto più critico: molte aziende considerate vicine al traguardo hanno sospeso le attività, ridimensionato gli impianti o dichiarato insolvenza. Le cause sono sempre le stesse: costi di produzione altissimi, scalabilità quasi impossibile, prestazioni tecniche inferiori alla pelle e una sostenibilità più di facciata che reale, vista la presenza di plastiche e resine in molti materiali. Realtà piuttosto piccole, spesso focalizzate su materie prime locali o su processi biotech avanzati. Dalla mela al cactus, dal micelio al mais, fino alla pelle coltivata in laboratorio, la sperimentazione è sempre in atto ma la strada è lunghissima e tortuosa.

 

 

Il caso Adolfo Domínguez

Il settore, va detto, vive anche un cambio di narrativa. Un caso è il brand spagnolo Adolfo Domínguez, che aveva abbracciato la moda vegana nel 2010, e che nel novembre 2025 ha annunciato il ritorno alla pelle. Una scelta definita “coraggiosa”, motivata con argomentazioni pragmatiche: durabilità, valore percepito dal cliente, qualità nel tempo. Un ribaltamento rispetto alle posizioni di quindici anni prima, che racconta bene la maturazione (e la disillusione)  verso le cosiddette alternative. Questa però è solo una parte della storia. Sul mensile analizziamo nel dettaglio i casi Mylo, Piñatex, Desserto, Mirum, Reishi. Ricostruendo cosa ha funzionato, cosa no e quali (deboli) prospettive restano aperte.

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