Cina, i costi crescenti complicano il business dell’area pelle: “Pechino promette tagli, intanto Adidas è andato in Vietnam”

Costi alti, player della moda in fuga verso altri Paesi del Far East e piccole e medie imprese cinesi sul baratro della crisi. Ai primi di marzo, durante i congressi congiunti della conferenza politica consultiva del popolo cinese (CPPCC) e dell’assemblea nazionale del popolo (NPC), le autorità politiche di Pechino hanno rassicurato il tessuto manifatturiero della Repubblica Popolare: la quota contributiva pensionistica a carico delle aziende sarà portata dal 19% al 16%, mentre l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto dal 16% al 13%. Per molte aziende, però, è proporre una soluzione quando ormai il problema è esploso. La redazione di CGTN, TV cinese in lingua inglese, ha deciso di parlarne con Liu Qiang, operatore della filiera della pelle della città di Tientsin. Dopo circa 20 anni di attività passati a rifornire di materiali i calzaturieri di Guangdong, si appresta a chiudere i battenti, perché nel frattempo grossi player come Adidas hanno spostato le catene del valore in Vietnam. “Per anni il punto di forza della manifattura cinese era la disponibilità di forza lavoro”, commenta a proposito di un cluster che, per quanto possa investire in innovazione e macchinari, rimane legato al lavoro manuale “come la selezione delle pelli”. Certamente di maggior impatto è la promessa di abbassamento dell’IVA: “Per ogni box di pelle, che ora mi costa l’equivalente di 4.700 dollari, risparmierei circa 900 dollari – chiosa –. Un grande alleggerimento del carico per un’azienda come la mia”.

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