Micam (purtroppo) conferma le impressioni sul mercato: tra margini e stagionalità, per la calzatura italiana è un momento critico

Produzione calzaturiera italiana in difficoltà. Non lo dicono solo i numeri, ma lo conferma Assocalzaturifici (che chiede per questo al Governo la riduzione del cuneo fiscale) e lo ha sottolineato l’ultimo Micam. Il prezzo conta di più del made in Italy, indispensabile solo per il lusso e di conseguenza per le griffe francesi. “Per gli altri segmenti il made in Italy è un male, perché costringe tutti a stare stretti con la marginalità. E se produco all’estero con il risparmio che arriva dal costo del lavoro posso utilizzare materiali migliori” è il pensiero di Massimiliano Rossi, ad di Zeis Excelsa. La sneaker domina il mercato e ha spinto il concetto di non stagionalità, attraverso collezioni “trasversali” con modelli buoni per estate e inverno da rilasciare in tante, piccole capsule. Chi non è forte sulla sneaker punta sui servizi: “Non abbiamo una collezione unica per tutti i mercati ma la adattiamo ai clienti destinatari” ci ha detto Sara Galli di Brunate, o su nuove idee per stimolare i buyer. “Vorremmo proporre la collezione di sneaker alla nostra clientela – afferma Katia Maritan, dell’omonimo calzaturificio veronese – in un momento a parte che non siano le fiere”. A livello geografico, Micam ha confermato il momento no di Russia, Francia e Germania, tre mercati di riferimento per la calzatura italiana. La speranza arriva dall’incremento di visitatori provenienti dagli Stati Uniti (mercato di difficile accesso per molte piccole e e medie imprese italiane), mentre il Canada, grazie al Ceta, conferma il suo momento sì. Vendite online? La novità è finita e sono ormai metabolizzate da un settore che sta imparando a conviverci. (mv)

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