Riviera del Brenta, protestano gli artigiani: “Qui un’azienda su tre è cinese”


Riviera del Brenta, protestano gli artigiani: “Qui un’azienda su tre è cinese”
Stamattina a Stra(Ve) artigiani e terzisti della calzatura sono scesi in piazza per protestare contro la “cinesizzazione” del distretto della Riviera del Brenta. Con loro hanno manifestato i rappresentanti di sette amministrazioni comunali (tra i quali due sindaci di Comuni ad altissima vocazione calzaturiera, Fiesso D’Artico e Vigonovo), tre consiglieri regionali e quattro parlamentari.
Gli artigiani lamentano che, a fronte di una tenuta di produzione e fatturato, nel distretto del lusso continuano a diminuire il numero delle imprese e l’occupazione a causa della crisi del contoterzismo italiano, compensato dalla crescita quasi esponenziale della concorrenza cinese in loco. Il numero dei calzaturifici nel giro di dieci anni è diminuito del 14%, da 167 a 143, e quello dei tomaifici del 19%, da 412 a 333. In questi ultimi ormai la lingua ufficiale è il mandarino: quelli italiani sono crollati da da 380 a 130 (-65%), quelli con titolare cinese invece da 30 del 2001 sono diventati, alla fine del 2011, dieci volte tanto.
L’occupazione procede di conseguenza: complessivamente il numero di addetti ha perso il 26%, da 14.260 a 10.516, con un vero e proprio crollo nei tomaifici, da 3.147 a 1.942 (-.38%), senza contare il fatto che in molti di questi è scattata la cassa integrazione.
“Se alla nascita di nuove imprese (tutte cinesi) – sostengono gli organizzatori –  non corrisponde una crescita dell’occupazione, che invece diminuisce, mentre scarpe prodotte e fatturato non mutano, allora i conti non tornano. Ora bisogna salvare il salvabile ovvero aziende, lavoro, famiglie, e arginare una probabile “pratizzazione” (dalla città di Prato) della Riviera, per fare in modo che questa zona rimanga ancora nelle province di Venezia e Padova e non diventi una enclave del Beijng o del Fujian”.
Gli artigiani, riuniti sotto le sigle di Cna Federmoda e Atv (Associazione terzisti veneti), chiedono un marchio di tracciabilità etica del prodotto realizzato nel rispetto delle regole e della legalità e un tavolo congiunto delle Prefetture di Venezia e Padova di concertazione con imprese e autorità locali per smascherare illegalità e concorrenza sleale. (o.b.)

CONTENUTI PREMIUM

Scegli uno dei nostri piani di abbonamento

Vuoi ricevere la nostra newsletter?
iscriviti adesso
×