L’epic fail di ECHA sul Cromo VI: forse le scuse non bastano

L’epic fail di ECHA sul cromo VI: forse le scuse non bastano

Lo chiamano epic fail. Letteralmente “fallimento epico”. Nel gergo social è diventato il modo per definire gli errori madornali o, se vogliamo, le catastrofiche e involontarie scivolate su qualsivoglia buccia di banana. In sostanza: un epic fail ti sotterra quando, forte di una particolare e riconosciuta autorevolezza in un determinato campo, condividi e diffondi un’informazione palesemente errata. Stupisce, però, che a cascare nell’epic fail che stiamo per raccontarvi sia ECHA, al secolo European Chemicals Agency. Epic fail molto grave, perché ha tirato in ballo la presenza di Cromo VI nelle pelli usate per produrre scarpe e borse. E lo ha fatto online, esibendo poi formali scuse che, forse, in questo caso non bastano. Anzi, senza “forse”.

L’epic fail di ECHA sul cromo VI

ECHA è l’agenzia dell’Unione Europea che promuove “una migliore conoscenza e regolamentazione delle sostanze chimiche nocive”. Il tutto per “proteggere i lavoratori, i consumatori e l’ambiente”. Scopi nobili, necessari. Difficili da perseguire, però, nel momento in cui la stessa ECHA pubblica online e condivide su LinkedIn un’infografica pericolosamente sballata a proposito della presenza del Cromo VI nelle pelli. Infografica, poi, corretta a seguito della vibrante protesta di Cotance (la confederazione conciaria europea) e di CEC (la confederazione continentale delle calzature). In pratica ECHA ha creato un’infografica relativa agli “articoli di uso quotidiano che in precedenza – dicono da Helsinki, sede dell’agenzia – contenevano sostanze chimiche cancerogene, il cui utilizzo è ora limitato dalla Commissione Europea”. La vedete nel riquadro in basso a sinistra. In bella vista: scarpe e borse, con accanto la didascalia “Chromium VI found in leather purse / shoes”. Ma veramente?

 

 

Cotance e CEC non ci stanno

Che sia stata una svista (grave) o semplicemente frutto di ignoranza (molto più grave), il 15 marzo scorso Cotance e CEC hanno scritto a ECHA denunciando la pericolosità di un’informazione del tutto errata e fuorviante. Così fatta l’immagine suggeriva senza lasciare dubbi che la pelle di scarpe e borse contenga CRVI e che questa presenza possa provocare il cancro. Così, di botto, senza senso. Dovrebbero sapere, infatti, che l’industria della pelle non usa CRVI (ma Cromo III) e che, nella malaugurata ipotesi il primo si formi per ragioni difficili da prevedere, il limite autoimposto è di 3 milligrammi per chilogrammo. Ben al di sotto della soglia di 200 mg/kg calcolata da un lavoro fatto negli Stati Uniti da Cardno ChemRisk per VF Corporation. Soprattutto, la comunicazione ECHA sballava anche nella qualunquista sovrapposizione tra gli aggettivi “cangerogeno” e “sensibilizzante”.

Forse le scusa non bastano

Il 9 aprile, quasi un mese dopo, è arrivata la risposta di ECHA. L’infografica l’hanno corretta, come potete notare cliccando qui. “L’’infografica – si legge nella lettera – indicava erroneamente che il Cromo VI era stato limitato a causa delle sue proprietà cancerogene, quando in realtà il suo utilizzo era stato limitato a causa delle proprietà sensibilizzanti della pelle”. Il post su LinkedIn l’hanno rimosso. Le scuse (tardive, nell’epoca della comunicazione istantanea) sono arrivate. Non bastano: da nessuna parte è apparso un edit di rettifica, editorialmente necessario per fare chiarezza ed essere trasparenti nei confronti dei lettori. Probabilmente chiediamo troppo.

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