Nel numero di febbraio le inchieste sul presente della pelle

Nel numero di febbraio le inchieste sul presente della pelle

Quale alternativa? È la domanda che attraversa il numero di febbraio del mensile La Conceria. Un numero che fotografa un settore in bilico tra crisi globali, rivoluzioni annunciate e ritorni alla realtà. Dalla Trade War che ridisegna gli equilibri commerciali al crollo degli investimenti dei materiali Next Gen, dalla resistenza dell’artigianato autentico fino ai distretti internazionali della pelle e alle nuove geografie del retail: la moda e la pelle si trovano davanti a un bivio. Non più soltanto ideologico, ma profondamente industriale e culturale. Per leggere le inchieste sul presente della pelle, basta cliccare qui.

Le inchieste sul presente della pelle

Nella prima parte affrontiamo la frattura tra le promesse di un decennio fa e la realtà del 2026. L’accordo UE–Mercosur, simbolo di un’epoca in cui si credeva nella globalizzazione come motore di crescita, arriva oggi come un relitto in un mondo dominato da guerre commerciali, dazi e inflazione. A pagarne il prezzo è proprio la moda. Parallelamente, la grande narrativa della “rivoluzione vegana” mostra tutte le sue crepe. I materiali alternativi alla pelle, dopo il picco finanziario del 2021, sono ormai entrati in una fase di contrazione. Investimenti dimezzati, aziende insolventi. Oltre ai limiti estetici, tecnici e di durabilità che emergono con chiarezza, così come la difficoltà di scalare la produzione. Il risultato è una normalizzazione: i brand integrano opzioni vegane senza più toni messianici, mentre alcuni marchi tornano apertamente alla pelle in nome della durabilità. In questo scenario, anche il mito dell’auto elettrica “vegana” si incrina: il revival di interni leather-free sembra sempre di più un esercizio di marketing e non una reale svolta sostenibile

 

 

Filiere reali e territori vivi

Nella seconda parte invece guardiamo alla concretezza delle filiere. La missione IMARC nel Sud-Est asiatico sottolinea la complessità del commercio delle pelli di rettile: comunità rurali, protocolli di welfare animale, blocchi CITES, allevamenti e tracciabilità. Un mondo fragile ma essenziale, che vive di equilibri socioeconomici delicati. Sul fronte italiano, invece, Firenze diventa il simbolo di una battaglia culturale: da un lato la proliferazione di negozi low cost che sfruttano l’immaginario del Made in Tuscany; dall’altro la resistenza di artigiani autentici che puntano su esperienza, trasparenza e coinvolgimento del cliente. Un artigianato moderno che difende l’identità della città. E poi lo sguardo internazionale, che  si allarga al distretto della pelle di Seoul, dove la tradizione convive con nuove forme culturali come il leather bar GACH, ponte tra generazioni e tra mondi creativi.

Retail e nuove passerelle di moda

Senz dimenticare le nuove geografie del retail globale: il caso Saks Global, la polarizzazione dei mall americani, la concentrazione dei brand in pochi hub cinesi, le ambizioni dell’Arabia Saudita e il potenziale ancora inesplorato dell’India. E le rubriche. Che questo mese partono dal campo da tennis come nuova passerella per la narrazione della moda. Fino al ricordo di Valentino Garavani, scomparso a gennaio. E poi il caso Stella McCartney. La stilista sta provando a costruire un buen retiro scozzese da cinque milioni di sterline, ma a quanto pare l’unico ostacolo è composto da lontre protette e ambientalisti inferociti. Chi la spunterà?

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In copertina l’opera di Alberto Allegri, “Senza Titolo”, realizzata in cuoio e bronzo policromato

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