Caos Filippine, concerie chiuse per inquinamento e stop all’import di pelli bovine; anzi no, delle suine

Sigilli agli scarichi di un’altra conceria e stop all’importazione di pelli mettono in crisi le Filippine. La lavorazione della pelle e l’intera filiera a essa collegata sono diventati temi centrali del dibattito nel Paese asiatico, dove negli scorsi giorni le autorità dell’Environmental Management Bureau (EMB) hanno disposto la chiusura di un’altra conceria. Si tratta della quattordicesima azienda del settore a cui gli ispettori hanno imposto uno stop dall’inizio dell’anno. In questo caso, secondo le autorità, l’impianto di scarico della conceria, situata nella provincia di Bulacan, non sarebbe stato in grado di trattare adeguatamente i reflui e, come conseguenza, parte degli scarichi sarebbe finita nel fiume Meycauayan che sfocia nella baia di Manila, la capitale. A far tremare, però, l’intero settore è una direttiva emanata il 24 gennaio scorso dal Dipartimento dell’Agricoltura che, secondo alcune interpretazioni, avrebbe vietato l’importazione di pelli bovine da diversi Paesi, tra cui Lettonia, Polonia, Romania, Russia, Ucraina e Cina per impedire la diffusione di un pericoloso virus. Tra i primi a dirsi preoccupati per l’azione delle autorità sono stati i vertici di Superl Philippines, colosso della pelletteria che realizza borse anche per i grandi gruppi della moda. Nei giorni scorsi, però, il dipartimento dell’Agricoltura ha chiarito che il divieto di importazione delle pelli non riguarda quelle bovine ma esclusivamente quelle suine. L’obiettivo del governo è infatti quello di impedire che entri e si diffonda nel Paese la peste suina africana (ASF), il cui virus sarebbe capace di sopravvivere nella pelle e nel grasso di maiale fino a 300 giorni dopo la morte dell’animale anche qualora il prodotto venisse essiccato.

 

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