Niente Brexit, siamo (stilisti) inglesi. Cosa accadrebbe all’Italia?

La moda inglese dice no all’ipotesi di Brexit. Il 90% dei 290 stilisti che hanno risposto al sondaggio del British Fashion Council si sono detti a favore della permanenza dell’Inghilterra nell’Unione Europea, mentre solo il 4,3% degli intervistati ha espresso la propria preferenza per l’ipotesi di uscita di Londra dai trattati comunitari. Un sondaggio simile condotto da Creative Industries Federation Survey (associazione delle imprese creative e artistiche) riporta che il 96% degli associati voterà contro la Brexit, mentre solo il 4% a favore. In attesa del voto del 23 giugno, il fashion system britannico prende dunque posizione. La manifattura dello Stivale, intanto, non ha di che aver paura. Perlomeno secondo Standard&Poor’s, che ha stilato l’indice di vulnerabilità alla possibile uscita di Londra dall’UE. Tra le 20 grandi economie dell’eurozona, l’Italia (19a) è insieme all’Austria tra quelle che soffrirebbe di meno le ripercussioni dell’eventuale uscita dell’Inghilterra dall’UE. Perché? Le nostre esportazioni verso gli UK valgono “solo” l’1,6% del PIL, così come sono trascurabili le incidenze degli investimenti diretti italiani a Londra e la presenza di emigranti nei confini del regno britannico. Unica voce delicata è quella dell’esposizione del settore finanziario, che ha in Inghilterra asset pari al 13,2% del PIL (più di Francia, Germania e Spagna). L’analisi è a livello macro. Diversa la realtà dei vari settori produttivi. La scarpa italiana, per esempio, potrebbe subire ripercussioni negative dalla Brexit, visto il trend dell’export verso la Gran Bretagna: 558 milioni di euro nel 2015, in crescita del 5,9% sul 2014. (rp)

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