Il Corsera attacca la pelle italiana, “complice della deforestazione”, ma le sue accuse non stanno in piedi

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Un attacco gratuito e fazioso alla pelle italiana. Non arriva (direttamente) da una sigla vegana o animalista, ma del CorriereTv, costola web multimediale del Corriere della Sera che mercoledì scorso ha postato online un servizio (potete vederlo qui) nel quale la conceria italiana viene direttamente accusata di essere complice della deforestazione, in particolare dell’Amazzonia. Parole e immagini che trasudano una faziosità evidente e che, come sempre in questi casi (serve per dimostrare la tesi di partenza…), affastellano una serie di palesi inesattezze. Troppe. Troppo pericolose per non elencarle, commentarle, confutarle.
ACCUSANO la pelle di contribuire a deforestare il sud del mondo perché in Italia e in Europa “l’allevamento non c’è più”. FALSO: nel 2015 (ultimi dati FAO disponibili) in EU28 i bovini erano 86,7 milioni, stabile sui cinque anni precedenti. 6 milioni le macellazioni italiane, in crescita nell’ultimi triennio.
ACCUSANO la pelle italiana di essere “di gran lunga il primo importatore europeo da Paesi a alto rischio e alte probabilità di usare bestiame allevato in zone deforestate illegalmente, come l’Amazzonia brasiliana” e che “circa 200 milioni di dollari sono i prodotti legati alla pelle provenienti da aree deforestate illegalmente”. SBAGLIATO: UNIC (Unione Nazionale Industria Conciaria) ci segnala che “le concerie italiane importano pelli semilavorate dal Brasile per un valore di annuo di 185,209 milioni di euro (8% delle importazioni totali nazionali): se la stima citata fosse veritiera, il flusso di pelli dal Brasile all’Italia di pelli ritenute sospette sarebbe superiore a quanto effettivamente viene acquistato. NON SOLO: “La stragrande maggioranza degli allevamenti bovini in Brasile è situata in zone distanti dalla foresta amazzonica. Inoltre, solo il 17% dell’export di pelli brasiliano arriva in Italia: la maggior parte prende la via dell’Asia”.
ACCUSANO UNIC e ICEC, l’istituto di certificazione per l’area pelle, di sottovalutare il problema e “di scaricare il settore da ogni responsabilità sul controllo all’origine delle pelli e sui rischi di foraggiare con i soldi delle importazioni la deforestazione tropicale, legale o illegale”. FALSO: “UNIC e ICEC stanno collaborando con l’ONG nordamericana National Wildlife Federation (NWF), che lavora sui temi legati alla deforestazione e sostenibilità agricola del Brasile. Il progetto comprende lo studio di tracciabilità completa dei prodotti e sottoprodotti di origine bovina, con un focus particolare sulla gestione dei fornitori indiretti (Indirect Supplier Working Group), che rappresentano la vera zona grigia sul tema deforestazione”. NON SOLO: “Stiamo sviluppando una partnership con l’associazione dei conciatori brasiliani (i nostri fornitori di pelli semilavorate) per creare e promuovere una sinergia tra gli schemi di certificazione della sostenibilità conciaria in Brasile (CSCB) e quelli sviluppati da ICEC in Italia. Il nostro obiettivo è di valorizzare verso le concerie italiane uno strumento di garanzia della sostenibilità dei propri acquisti di pelli dal Brasile, attraverso la certificazione dei fornitori locali”.
ACCUSANO UNIC di “definire scarto recuperato la materia prima”. ASSURDO: che la pelle sia uno scarto dell’industria alimentare è un dato di fatto. Se venisse, per assurdo, stabilito che non si possono più recuperare le pelli, gli animali verrebbero comunque allevati e macellati.

L’AUTORE: Francesco De Augustinis firma articolo e servizio video, aggiungendo in calce di averlo realizzato “in collaborazione con il progetto Global Warming Made in Italy”. In pratica, sempre lui, che scrive online “Il progetto è potuto partire grazie al sostegno di un piccolo crowdfunding, realizzato sulla piattaforma Produzionidalbasso.com, ed ha continuato a vivere di vita propria grazie alla realizzazione di servizi e inchieste pubblicati su diversi media Italiani: Corriere.it, Repubblica TV, Deejay.it”. QUINDI: importanti media italiani si prestano a un pressapochista meccanismo di self marketing basato su una profonda faziosità.

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