Fendi vuole crescere, ma il problema è la manodopera. Brunschwig (ceo): “Tra 10 anni senza artigiani, allo stato italiano non interessa”

Nella manifattura italiana c’è un pressante problema di turnover generazionale, ma le autorità sono tutt’altro che sollecite e collaborative: parola di griffe. L’occasione per affrontare la questione è la presentazione delle ultime proposte di orologeria di Fendi, il cui ceo Serge Brunschwig si dice “molto fiero”. Ma la questione è relativa alla filiera dell’accessorio: perché è da qui, a partire dal rilancio di modelli iconici come Peekaboo e Baguette, che la maison sta articolando i suoi piani. Per “svilupparci e vendere di più è fondamentale avere prodotti in grado di rappresentare bene il marchio”, spiega a MFF. La parola chiave, allora, è la qualità della produzione: Fendi, che a parte gli orologi svizzeri è tutta made in Italy, lo sa bene, al punto che ha di recente siglato un accordo con la Regione Toscana per un nuovo stabilimento a Bagno a Ripoli con scuola di formazione interna. Ecco, il problema è individuare giovani, oggi tutti attratti dall’idea di fare gli chef, da avviare al mestiere: “È necessario anche trovare gli artigiani, forse tra 10 anni non ce ne saranno abbastanza – ammonisce il ceo, che poi richiama Roma alle sue responsabilità –. Penso che lo Stato non sia molto interessato alla questione. È un peccato, qui c’è un potenziale enorme”.

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