Made in Italy pronto per la Fase 2: “Rischiamo di perdere tutto”

Made in Italy pronto per la Fase 2: “Rischiamo di perdere tutto”

Il messaggio è forte e chiaro: il made in Italy è pronto per la Fase 2. Dal Governo e dalle autorità si aspetta solo (si fa per dire) indicazioni chiare sulle precauzioni da adottare perché il Coronavirus non divampi tra gli addetti delle manifatture. Ma di Fase 2, dopo oltre un mese di lockdown, c’è bisogno. Perché l’alternativa, nessuno ci gira intorno, è perdere tutto: clienti, quote di mercato, imprese, addetti e know how.

Made in Italy pronto per la Fase 2

Al Corriere della Sera Remo Ruffini, patron di Moncler, spiega la posizione della moda italiana in maniera inequivocabile: “Dateci regole chiare, metri di sicurezza cui attenerci, test sierologici a cui sottoporci – sono le parole rivolte alle amministrazioni –. Indicateci i presidi di protezione più corretti, chiaritevi le idee e chiaritele a noi su quello che è necessario per agire nella massima sicurezza”. Tutto questo per soddisfare un’esigenza semplice: “Lasciateci riavviare la macchina”. D’altronde c’è chi è davvero pronto a farlo. Secondo il Corriere di Arezzo, Patrizio Bertelli ha rivolto una lettera ai 2.300 addetti toscani di Prada, ora in cassa integrazione, per annunciare la ripartenza. Come confermano fonti sindacali, il brand del lusso ha delineato lo schema d’azione per mettere in sicurezza gli stabilimenti. “Gli operai vogliono tornare al lavoro, sono preoccupati di perdere il posto perché chiusure prolungate mettono a rischio le aziende – spiega lo stesso Bertelli al CorrSera –. Bisogna riaprire seguendo tre criteri: quali sono le regioni più colpite e quelle meno colpite, considerare le tipologie di attività e valutare come fare attività all’interno delle fabbriche”.

Occhio ai mercati

Quella di riaprire, non è una semplice fretta. Il made in Italy ne ha bisogno per (semplicemente) rimanere sul mercato. “Non riuscendo a produrre, non stiamo nemmeno consegnando. Quindi tutti i clienti ci stanno chiamando per sapere quando ripartono le consegne – è la testimonianza di Antonio Sergio Filograna, presidente del calzaturificio Leo Shoes, al Nuovo Quotidiano di Puglia –, perché il mercato asiatico ha riaperto: i negozi sono aperti e hanno bisogno della merce”. Se non gliela forniscono i supplier italiani, sarà qualcun altro a farlo: “Tre settimane di fermo creano conseguenze pericolose – continua Filograna – che potrebbero avere riflessi nel lungo periodo. La Fase 2 deve iniziare subito. Tutto il made in Italy di questo passo perderà competitività”. L’espressione magica è: farsi trovare pronti. “Oggi la priorità è il contenimento del virus – riconosce al Corriere della Sera Antonio Belloni, direttore generale di LVMH –, ma è necessario creare le condizioni per riattivare le filiere produttive, per essere pronti alla riapertura progressiva dei mercati nei prossimi mesi”.

Le conseguenze

Se la moda italiana non sarà messa nelle condizioni di rispondere ai primi mercati che emergeranno dalla palude di Covid-19, le conseguenze possono essere fatali. “Se non ripartiamo per il 20 aprile mettiamo a rischio migliaia di posti di lavoro”, sentenzia Gildo Zegna, CEO dell’omonimo gruppo, al quotidiano di via Solferino. “Non facendoci riaprire le aziende al più presto la nostra filiera sarà spazzata via per sempre – conclude Renzo Rosso di OTB, ancora con il Corriere –. Ci abbiamo messo 100 anni a costruirla, sarebbe drammatico. Trovo incomprensibile che siano aperte imprese che producono pezzi di ricambio per l’industria automobilistica tedesca a non imprese che reggono le esportazioni e il PIL dell’Italia”.

Nella foto, dall’alto a sinistra, in senso orario: Patrizio Bertelli, Antonio Sergio Filograna, Remo Ruffini, Antonio Belloni, Renzo Rosso, Gildo Zegna

 

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