In Birmania operai in rivolta distruggono azienda tessile cinese che fornisce H&M: ha licenziato il leader sindacale

I fatti sarebbero andati più o meno così. In autunno, fino alla fine dell’anno, il manifatturiero birmano è stato attraversato da forti agitazioni sindacali. In un’azienda tessile di proprietà cinese, facente parte della rete di circa 40 fornitori nel Paese del gruppo svedese del fast fashion H&M, lo scontro si concentra sul riconoscimento degli straordinari. La scelta a metà gennaio della dirigenza di licenziare uno dei leader dell’organizzazione dei lavoratori inasprisce i toni della contesa, che a metà febbraio si fa rivolta e si conclude con l’assalto alle strutture dell’azienda. Risultato: danni alle linee produttive per 75.000 dollari. La vicenda l’ha raccontata Reuters a metà marzo ed apre uno scorcio sulla corsa all’offshoring aperta nel Sud Est asiatico, dove più Paesi (Indonesia e Vietnam tra gli altri) si stanno contendendo la delocalizzazione cinese. L’ennesimo episodio (proprio in Birmania, poi, dove in estate il Guardian ha denunciato l’impiego di lavoratori minorenni) che stride con il tanto denunciato impegno dei brand per la sostenibilità sociale e ambientale. Di recente proprio H&M, con un altro colosso del fast fashion come Inditex, ha disertato il Tavolo della Moda organizzato a Dhaka dall’associazione nazionale dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh per mandare un segnale di vicinanza ai lavoratori impegnati in rivendicazioni sindacali. Bastassero i segnali…

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