India, la vacca è una questione di Stato: la Corte Suprema rigetta il divieto di macellazione, intanto si ammazzano per la tauromachia

Difetto di giurisdizione. È con questa motivazione, in estrema sintesi, che l’Alta Corte Indiana ha respinto la petizione che chiedeva di estendere in tutto il Paese il divieto totale di macellazione e consumo di carne bovina. I 29 Stati che compongono la Repubblica federale hanno quadri normativi diversi, che varano dall’assoluta libertà (in 8 casi) di allevamento e consumo, al proibizionismo inteso nel senso più integralista. Proprio per questo, però, l’Alta Corte di Nuova Delhi s’è tirata indietro: non possono essere le toghe in fatto di carni rosse a interferire con le attività legislative dei singoli Stati. La risposta rappresenta lo smacco per il partito del premier Narendra Modi, per le sigle del nazionalismo indù e per quelle dell’associazionismo ambientalista, che avevano a vario titolo sponsorizzato la petizione. In India parlare di bovini è una faccenda delicata. Nel Paese in occasione del censimento del 2011 il 79,8% della popolazione (1,25 miliardi di persone) si dichiarava induista: venera, quindi, la vacca come animale sacro. Rimangono, però, più di 250 milioni di abitanti che appartengono alle minoranze religiose e non condividono il tabù. Nel 2015 un musulmano fu linciato a morte nei pressi di Delhi perché accusato di aver mangiato carne bovina. La scorsa estate dai pestaggi pubblici di Dalit (gli appartenenti alla casta più bassa della piramide sociale) impiegati nella filiera della carne sono scaturite agitazioni sociali durate settimane. Ancora negli ultimi giorni tre uomini sono stati arrestati nell’Andhra Pradesh perché trasportavano 25 tori al macello. Nello Stato del Tami Nadu, invece, le autorità hanno autorizzato per ragioni di ordine pubblico lo svolgimento del “Jallikattu”, un cerimoniale dove gli uomini (in maniera similare alla fiesta di San Fermìn di Pamplona, Spagna) sfidano tori imbizzarriti lasciati liberi in strada. Dal 2006 in poi, su pressione di animalisti e induisti, il Jallikattu è stato progressivamente prima limitato, e poi proibito, per legge. Tra il 2010 e il 2014 si siano contati 17 morti e 1100 feriti. Al divieto delle autorità, però, sono seguite due anni di agitazioni in tutto lo Stato con scontri di piazza, assalti alle caserme, blocchi stradali e scioperi della fame. Quest’anno, proprio per calmare gli animi, la festa è stata nuovamente autorizzata. Primo bilancio: tra morti, tra cui un poliziotto accidentalmente incornato da un toro, e 129 feriti. In India i bovini sono una questione di vita o di morte. (rp)

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