La scarpa italiana chiude il 2016 in affanno: il valore cresce (+1,8%), le produzioni no (-2%). L’appello di Assocalzaturifici: “Intervenga il Governo”

I vertici di Assocalzaturifici definiscono il bilancio del 2016 come in chiaroscuro. La scarpa italiana, comparto che impegna 5.000 aziende e 77.000 addetti, viaggia su un binario critico di spinte positive e segnali di rallentamento. Il preconsuntivo dell’anno dice, ad esempio che mentre i volumi delle produzioni sono diminuiti (187,5 milioni di paia, -2% rispetto al 2015), il valore è cresciuto (+1,8%). Il dato è ambivalente: da un lato certifica il riconoscimento internazionale del Made in Italy, tant’è che le scarpe nostrane hanno il prezzo medio all’export (42 euro) tra i più alti al mondo. Dall’altro, però, significa anche che si sta uscendo da certi mercati, mentre indicatori come il diminuito numero di imprese (-2%) e lavoratori (-0,4%), e l’accresciuto ricorso alla cassa integrazione (+10,9%) testimoniano le difficoltà del tessuto di piccole e medie imprese. Il mercato domestico non solo langue, ma vede la quota delle scarpe italiane in diminuzione a fronte di quelle di produzione estera. Dall’export (8,8 miliardi di euro, +2,5%) le note liete: bene la Germania e la Spagna, male la Francia e mediocri gli Stati Uniti. Il presidente di Assocalzaturifici, Annarita Pilotti, in vista di un 2017 dove si prevede la conferma dei trend del 2016, chiama in causa il Governo, che potrebbe sostenere il settore con misure come “la defiscalizzazione dei campionari e l’inclusione della scarpa nel piano per l’industria 4.0, dove sono considerate altre manifatture, ma non noi”.

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