“Con Delphina Burrò voglio essere testimonial del made in Italy”

“Con Delphina Burrò voglio essere testimonial del made in Italy”

Essere testimonial del made in Italy. Cioè della sua qualità, del suo prestigio, della sua sostenibilità. Pelle inclusa, perché il materiale ha dei valori che una certa fetta di pubblico tende a misconoscere. Silvia Villa, lanciando il brand della pelletteria Delphina Burrò, si pone un obiettivo molto ambizioso: essere portatrice di valori. Alla designer milanese il risultato non sembra fuori portata. Malgrado la giovane età (classe 1992), Villa ha già la formazione e le esperienze professionali per impegnarsi nella sfida.

Il progetto Delphina Burrò

Il marchio di Silvia Villa è nato nel 2020 e di recente si è presentato al pubblico con la prima collezione (Priscilla): sei modelli di borsa dall’ispirazione marina. “Il lockdown è stato l’occasione per fare qualcosa di mio – racconta –. In precedenza non trovavo mai il tempo per dedicarmi al mio progetto. Seguendo un corso di modellistica in Abruzzo mi sono resa conto di come si sappia poco del made in Italy, del prodotto, dell’artigianalità. Per questo mi sono voluta far portatrice di valori”. Che vuol dire il brand? “Volevo un marchio che ricordasse un nome. Quindi ho scelto Delphina, perché è un animale ricorrente nella mia vita. Quando per lavoro vivevo a Tortoreto Lido, in Abruzzo, davanti casa c’era una statua con delfini. Burrò, invece, è un riferimento al cognome di mia madre”.

Testimonial del made in Italy

Comunicare i valori del made in Italy. Facile a dirsi. “Ma è la cosa più difficile. Specie sui social – racconta – è arduo far capire il valore del prodotto, insieme a tutti i suoi passaggi di lavorazione e all’artigianalità che c’è dietro”. Che ruolo ha la pelle nel progetto Delphina Burrò? “Rappresenta una parte fondamentale – risponde –. Quando lavoravo per conto di altri brand, ho avuto modo di vedere tanti materiali vegan. A livello personale, però, nessuno mi ha convinto in termini di resa, di tatto, durata, qualità. Una borsa in pelle tra 10 anni è ancora intatta”. Quella in materiale alternativo, chissà.

 

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Le certificazioni

Certo, la qualità dei materiali non può basarsi sulla fiducia o sulle auto-dichiarazioni, per così dire. “Mi rifornisco da concerie certificate in Veneto e Toscana, così come anche per il packaging uso materiali riciclati”. A proposito di alternative vegan, la pelle deve vedersela anche con una certa corrente ostile. “Non c’è educazione, non c’è cultura. Vorrei far conoscere questo materiale – osserva Villa –. Ma il mercato è fatto anche da chi è disposto a spendere solo per il brand: non gli interessa la composizione del prodotto, gli basta la notorietà del logo”.

Radici e prospetti

Villa ha cominciato a operare nella filiera della moda nel 2014, appena conclusi gli studi in Fashion Design presso NABA e Fashion Institute. Negli anni successivi, dicevamo, ha lavorato presso terzisti e brand occupandosi di accessori. “Ora opero ancora come consulente per altri, ma spero che Delphina Burrò diventi il mio impegno esclusivo – si confida –. La differenza tra lavorare per sé e per gli altri è la soddisfazione che si ottiene. A parte questioni più tecniche, come il sito, che lascio ad altri, seguo tutto”. Certo, uscire sul mercato in tempi di pandemia non è il massimo. “Magari è un azzardo, vista la crisi economica, ma sono contenta per come sta andando. Voglio inserirmi in negozi fisici per presentarmi ai clienti e far conoscere la qualità del mio prodotto, poi produrre video in pillole per raccontare il mio brand e la pelletteria italiana. Quindi verrà il momento dei mercati esteri”. Che cosa le ha insegnato l’attività da terzista? “Che i grandi brand, quelli vincenti, sono quelli organizzati”. Quanto vuole crescere con Delphina Burrò? “Ora preferisco rimanere di nicchia – conclude – per gestire le attività e preservare il valore”. (rp)

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