Furla evita l’IPO per non essere schiava dell’incubo dei ricavi

Furla evita l’IPO per non essere schiava dell’incubo dei ricavi

C’è un motivo se Furla evita l’IPO. Un motivo profondo. Non solo quello dettato dalla contingenza: “Non è il momento migliore per l’ingresso in Borsa”, riconosce Giovanna Furlanetto, che del brand della pelletteria è presidente. Riguarda la possibilità stessa dell’azienda di essere autonoma, di non dover dipendere nelle scelte cruciali dall’umore di soci interessati solo ai risultati finanziari. Dopo la recente stagione di crescita impetuosa, che ha portato Furla a superare i 500 milioni di fatturato, il marchio vuole consolidarsi. “Per farlo, stiamo investendo in sistemi informatici per la gestione degli store nel mondo, dall’Australia al Canada – continua Furlanetto –. Non solo: nella riqualificazione delle boutique, nel consolidamento sui mercati appena acquisiti, nell’ampliamento degli articoli con nuove licenze. Siamo pronti a rinunciare a qualcosa. Non spingeremo nell’apertura di nuovi store. Prendiamo esempio dalle griffe che durano nel tempo. Ora vogliamo mettere radici più profonde”.

Furla evita l’IPO
Indipendenza vuol dire anche la libertà di prendere decisioni difficili da spiegare. Intervenendo all’evento Moda&Business, organizzato a Milano dal Corriere della Sera, Furlanetto annuncia di aver risolto le relazioni commerciali con alcuni clienti, anche di un certo spessore. “Ci siamo resi conto che fanno da tramite con i distributori che alimentano il mercato parallelo in Cina – dice, facendo riferimento al fenomeno dei Daigou –. L’offerta di nostri prodotti nella Repubblica Popolare a prezzi più bassi di quelli praticati dai nostri store è un danno. Ma se avessimo avuto un socio finanziario, non avremmo avuto la possibilità di rinunciare a questi clienti, perché avremmo avuto la priorità del fatturato con segno più”.

Coronavirus come una guerra
A proposito di Cina, Furlanetto riconosce che l’insorgere dell’epidemia Coronavirus ha comportato uno scenario paragonabile a quello di guerra: “Ci raccontano che la gente è chiusa in casa. Le grandi città sono coinvolte. Ad Hong Kong, poi, si sovrappone alle agitazioni di piazza”. Le attività di Furla ne risultano condizionate: “I negozi osservano un orario di apertura ridotto – spiega –. Buona parte del personale lavora da casa. A chi avrebbe dovuto raggiungerci in Italia per Milano Moda Donna abbiamo sconsigliato il viaggio. Abbiamo spedito loro 1.000 mascherine, perché in Cina sono diventate introvabili, mentre abbiamo risposto con una donazione alla richiesta di collaborazione della Croce Rossa”.

Al centro c’è la pelle
Storia familiare, attività filantropiche, investimenti nell’arte. Nella vicenda di Furla c’è questo e anche di più. Al centro di tutto, of course c’è il prodotto: la borsa. E, con lei, il materiale che lo compone: la pelle. “Le nostre concerie sono in Toscana. Preferiamo usare pelli conciate al vegetale, perché è un modo per essere attenti al tema della sostenibilità – spiega la presidente del brand (anche se manca la dimostrazione scientifica del minore impatto del ciclo con tannini vegetali, rispetto a quello con tannini minerali o sintetici ndr) –. Da due anni abbiamo un manager apposito, che segue i rapporti con tutta la supply chain”. (rp)

Foto dell’evento e di prodotto Furla

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