Schiavitù e riscatto sociale. La storia di Bassirou, migrante del Burkina Faso e delle sue borse made in Emilia Romagna

Dalla schiavitù della Libia alla startup fashion in Emilia Romagna. Così è cambiata la vita di Bassirou, giovane 26enne originario del Burkina Faso, che una volta arrivato in Italia ha lanciato la sua collezione di borse in pelle. Il riscatto è stato possibile grazie alla cooperativa sociale Lai-Momo e al progetto sulla lavorazione del cuoio che gestisce a Lama di Reno, nei pressi di Bologna, finanziato con i fondi dell’Unione Europea. Bassirou ha seguito un apprendistato di 15 mesi al termine del quale ha dato vita a una startup di moda mettendosi alle spalle un passato da incubo. “In Libia ho avuto un assaggio della schiavitù. Siamo stati messi in un carcere da cui potevamo essere prelevati in qualsiasi momento e messi ai lavori forzati” racconta alla stampa internazionale. Quattro mesi terribili a cui è seguita la traversata del Mediterraneo a bordo di un gommone insieme ad altre 100 persone. Il 20 marzo 2016 Bassirou tocca nuovamente il suolo, abbandonando tra i flutti quei mesi di terrore e iniziando a sognare di aprire un suo negozio. “L’obiettivo del nostro progetto è quello di fornire alle persone le capacità per entrare nel mercato del lavoro qui in Italia o anche nel loro Paese d’origine qualora vi facessero ritorno” spiega Andrea Marchesini Reggiani, presidente della cooperativa Lai-Momo che in collaborazione con l’ITC Ethical Fashion Initiative gestisce il Polo formativo, produttivo e di accoglienza.

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