È quella che racconta il caso di “reshoring esemplare” di Sue Wyss-Kwan, fondatrice del marchio olandese di pelletteria Su.B. La decisione di produrre in Cina, la profonda delusione, l’arrivo in Italia. Dove ha trovato (per 1.000 motivi) il partner produttivo ideale e dove ora ne cerca un altro

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Nasce come bottega da calzolaio, nel 1880. Si converte alla pelletteria, a fine anni ’60. Diventa il riferimento per le case automobilistiche nella produzione di bagagli in pelle custom made. Ecco la straordinaria storia italiana di Schedoni

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Dopo 24 anni nella US Army, Natasha Norie Standard cambia vita, “studia calzatura” a Milano e fonda il suo brand, che produce tra Vigevano e Napoli. Questa è la sua storia

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È quello di Werner Christ, brand tedesco che usa solo le pelli della sua conceria (che è in Uruguay) e produce nella manifattura di proprietà (che è nelle Filippine). Altissima qualità, massima sostenibilità: a 360 gradi

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È quella di Chapal, brand nato in Francia come conceria nel lontanissimo 1832, diventato iconico per un certo tipo di total look maschile e arrivato a dare lavoro a più di 1.300 persone. Oggi sono molte, molte di meno. Ma, anche questa, è la sua forza. La nostra intervista a Jean- François Bardinon

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A volte ritornano. Dalla Gran Bretagna rinasce la pelle di Connolly, conceria che nel ‘900 di strada ne ha fatta parecchia (nel vero senso della parola), ma poi si è persa. Ora riparte dalla sua storia. E dal suo DNA

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Morbida, resistente, piacevole al tatto. Magari profumata e, certo, dal retaggio nobilissimo. Per ragioni di marketing, lo sappiamo, anche le case automobiliste si attrezzano per rispondere a quella quota di pubblico che preferisce i tessuti. Ma la pelle si conferma il materiale elettivo per le supercar di altissima gamma

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Le relazioni commerciali internazionali sono, ormai, il teatro della furibonda macroguerra tra gli USA e il resto del mondo. Ma, nel suo “piccolo”, la pelle continua a essere penalizzata. Anche se la crisi sta facendo vacillare alcune annose certezze

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La storia del Cuoio di Russia evoca molto di più di quella che potrebbe essere definita “la memoria della pelle”. È il racconto di un segreto avventuroso rimasto per quasi 2 secoli sul fondo della Manica. Un mistero che Elise Blouet-Ménard ha studiato per quasi 10 anni e risolto

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Queste ultime stagioni ci hanno abituato a vedere la pelle bistrattata dal dirompente mondo dell’athleisure. Relegata in una dimensione problematica nel segmento della sneaker, che ha letteralmente divelto dalle sue fondamenta l’identità della calzatura. Pressoché mai utilizzata nelle collezioni di abbigliamento (più o meno) da palestra

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Prendete i 5 profili che seguono come 5 schede. Ognuno presenta un brand che possiamo definire “emergente”. Come e perché lo scoprirete leggendo. Alle spalle di ognuno di essi c’è una donna (in un caso, tre). E, questo, è il loro primo denominatore comune. Il secondo tratto condiviso riguarda una scelta produttiva ben precisa. Scelta che, tra l’altro, tutti i brand considerati mettono bene in evidenza in interviste e sui loro siti web. Quasi come a dire: «Questa caratteristica è la nostra arma vincente». Usano tutti pelle italiana. E se ne vantano

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In Argentina: camion su camion che scaricano pelli grezze da seppellire come rifiuti (perché quello sono, un rifiuto dell’industria alimentare)

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Chi punta i riflettori sul processo, chi sul prodotto, chi sui risultati raggiunti: tutti sulla capacità di comunicarli. Alla domanda di copertina de La Conceria n. 10, conciatori, studenti di moda e addetti ai lavori rispondono con entusiasmo. La moda è incalzata dalla voglia e dalla necessità di nuovo. La filiera della pelle si conferma...

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Luci verdi, luci rosse. Il mercato della pelle è attraversato da spinte contrastanti: a volte uguali, spesso opposte. Lineapelle 97 (Milano, 2-4 ottobre) è stata occasione per raccogliere le impressioni dalla viva voce dei conciatori

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Il dato, se non è spiazzante, di certo stordisce. Il 2018 ha visto la manovia globale sfornare qualcosa come 24,2 miliardi di paia di scarpe.

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Certo, produce sempre tantissimo, ma Pechino non è più il paradiso calzaturiero di una volta. E le ragioni, in una certa misura, rappresentano un paradosso

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CHANEL rinuncia a cocco e rettili, la pelle non ci sta. «Non è la giusta visione della sostenibilità», «È una scelta economica: non durerà

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